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Anno 10° - Numero 83 - Febbraio  2010  

 
 



Attualità, cultura, eventi dal mondo delle donne
a cura di Elena Vaccarino e Mary Nicotra

  20/06/2004Versione per la stampa    Invia questa pagina    

La vita delle donne in Myanmar e l'azione del Social Action for Woman

di Stefania Francini

In tutta la storia del Myanmar (ex Birmania) le donne - e in particolare quelle appartenenti alle popolazioni tribali Karen, Shan e Hmong, - subiscono da sempre la discriminazione da parte di una società che tende a denigrare e considerare inferiore il ruolo della donna. La discriminazione di genere ha dirette influenze sul diritto delle donne ad esprimere i propri legittimi interessi in questioni di carattere politico o sociale, infatti, nonostante la popolazione femminile occupi il 40% dei posti di lavoro, solo a pochissime donne è concesso di raggiungere il vertice di posizioni di potere nel governo.

Nonostante il Myanmar abbia firmato la Convenzione delle Nazioni Unite del 1952 sulle Politiche per i Diritti delle Donne, ad oggi non ha ancora ratificato la Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, del 1981. Inoltre non ha ancora istituito alcun genere di agenzia ufficiale che promuova o protegga lo status delle donne. Il risultato di questa indifferenza è che le precarie condizioni sociali, sanitarie, educative in cui si trovano moltissime donne, sono sottovalutate.
Le donne che sono attive, perché esprimono la propria opinione in materia di diritti umani o perché semplicemente si esprimono a favore di un partito politico, sono sistematicamente discriminate. Inoltre quelle che si schierano contro le politiche del regime rivendicando per il popolo del Myanmar il diritto alle libertà, vengono arrestate e trattate brutalmente, come dimostra la nota situazione in cui viene costretta Daw Aung San Suu Kyi, tuttora impossibilitata a partecipare alla vita sociale e politica del suo paese.

Nel 1996 dozzine di donne e studentesse sono state arrestate, detenute ed interrogate dalle autorità governative a causa della loro partecipazione alle manifestazioni studentesche svoltesi nel novembre e del dicembre 1996 contro il regime militare, con l'accusa di aver distribuito materiale antigovernativo e di avere connivenze con movimenti che intendono destabilizzare il paese.

Negli ultimi anni, un crescente numero di donne, incluse adolescenti e bambine, sono state costrette ai lavori forzati in progetti del governo per la costruzione di infrastrutture e impiegate come "portatori" per il trasporto di forniture militari in zone di guerra. Questa pratica di lavoro forzato e non retribuito continua nonostante il Myanmar abbia ratificato, nel 1955, l'articolo 11 della Convenzione numero 29, concernente il lavoro forzato o obbligatorio con la quale si dichiara che a questo tipo di lavoro possono essere sottoposti solo uomini abili al lavoro con un'età compresa tra i 18 e i 45 anni.

In molti battaglioni vengono richieste esplicitamente donne per i lavori più duri piuttosto che uomini e vengono scelte in genere ragazze nubili con un'età al di sotto dei 18 anni: le donne sono considerate più versatili e più utili, infatti possono non solo essere impiegate come "portatori", ma anche utilmente impiegate come scudi umani, come proprietà che può essere venduta con profitto, e naturalmente, per servire da intrattenimento sessuale per le truppe.

Quando a queste donne è finalmente concesso di tornare alle proprie case, spesso scoprono di essere incinte. Molte di loro tentano di abortire usando metodi primitivi che spesso ne causano la morte. Nonostante le ragazze siano state violentate e la loro gravidanza sia evidentemente causata da una abuso, l'atteggiamento culturale dominante richiede che in caso di aborto venga mantenuto il silenzio: il timore di queste ragazze è che se gli abitanti del villaggio dovessero scoprire che sono state stuprate, nessuno sarebbe più disposto a sposarle. Molte di queste donne si rifugiano a Mae Sot, al confine con la Tailandia, dove, per poter partorire con un minimo di assistenza medica, commettono deliberatamente piccoli reati, come furti o spaccio di modici quantitativi di sostanze stupefacenti: in questo modo, si fanno arrestare per poter avere, se pur per un breve periodo di tempo, almeno un po' di cibo e assistenza per sé e per i propri bambini. Il destino di questi bambini nati in cella è comunque drammatico: né il governo birmano né quello tailandese li riconoscono come propri cittadini, sono quindi destinati a non avere nazionalità.

I soldati governativi regolarmente usano le donne e i bambini per pulire le strade dalle mine: sono così convinti che gli abitanti dei villaggi delle zone di guerra, a conoscenza di questa pratica, siano dissuasi dall'appoggiare qualunque gruppo d'opposizione.
L'impiego del lavoro forzato femminile per la costruzione di infrastrutture quali dighe, ferrovie e di strade per il mantenimento delle forniture militari, è sistematico e non sono esentate donne in gravidanza. Uno dei più imponenti di questi progetti è quello della rete ferroviaria Ye-Tavoy, alla cui costruzione sono costrette a lavorare anche donne sotto i 16 anni e sopra i 60. In questo cantiere le condizioni di lavoro sono, come per la maggior parte dei cantieri, orrende: queste donne devono lavorare in pessime condizioni igienico-sanitarie, senza assistenza medica, con scarsità di cibo ed acqua, dovendo addirittura provvedere alla costruzione degli alloggi in cui dormire.

Le donne con bambini si trovano in una situazione particolarmente precaria e vulnerabile in quanto devono lavorare senza interruzione e occuparsi dei propri bambini al tempo stesso. Inoltre la carente situazione sanitaria e la mancanza di alloggi adeguati rendono i bambini particolarmente esposti alle malattie.
Le donne in Myanmar sono praticamente indifese nei confronti delle aggressioni dei soldati governativi per i quali lo stupro è una pratica consolidata e frequente: vengono stuprate nelle loro case e nei loro villaggi mentre i mariti e gli altri famigliari spesso sono costretti ad assistere a queste violenze. Le donne "portatori" e le donne temporaneamente fatte ostaggio, sono spesso stuprate dai soldati nelle zone di frontiera o nelle basi militari, o ancora nei cantieri in cui sono costrette ai lavori forzati.

Neppure le donne che fuggono verso la Tailandia nel disperato tentativo di sottrarsi alla precarietà di questa situazione sono al sicuro: alcune di loro vengono stuprate mentre vengono forzatamente rimpatriate o al loro rientro in patria.
Membri dei gruppi appartenenti alle minoranze etniche sono spesso impiegati per combattere i gruppi etnici che contrastano il regime e che rivendicano la propria autonomia dal 1949, ultimo anno del governo coloniale inglese in Myanmar. Le popolazioni tribali subiscono abusi, soprattutto durante l'occupazione dei villaggi, compreso l'esproprio di proprietà e di terra. Durante queste operazioni militari, i soldati governativi commettono atrocità come stupri, esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, torture e induzione ai lavori forzati. Come risultato di queste palesi violazioni dei diritti umani, centinaia di migliaia di persone, tra cui molte donne, appartenenti a gruppi tribali cercano rifugio ai confini dello stato.

Più dell'80% dei rifugiati sono donne e bambini che, sfortunatamente devono affrontare ulteriori persecuzioni nelle nazioni vicine in cui cercano riparo, in particolare in Tailandia; le donne spesso subiscono abusi che costituiscono una violazione degli standard internazionali stabiliti dalla convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati. Infatti, la Tailandia, non è membro della Convenzione delle Nazioni Unite: a nessuno di coloro che entrano in Tailandia illegalmente dal Myanmar è permesso fare richiesta di asilo. Di conseguenza, non c'è una presenza internazionale permanente nei campi dei rifugiati, e questa situazione lascia i rifugiati stessi, soprattutto le donne, vulnerabili rispetto agli abusi sessuali da parte della polizia tailandese di confine, che li spinge a rientrare in Myanmar. Come se non bastassero i maltrattamenti da parte della polizia tailandese al confine, molti campi profughi in Tailandia si trovano costantemente a rischio di attacchi delle forze governative e dei suoi alleati.

Per quanto concerne invece la situazione sanitaria, mentre il numero di individui infettati dal virus HIV in Myanmar è in continuo aumento (secondo gli ultimi dati attendibili, le donne costituiscono almeno un terzo di tutti i casi d'infezione registrati, per un totale di più di 175.000 individui), l'opinione pubblica in generale viene tenuta all'oscuro della situazione, nonostante la prostituzione sia diffusa e di conseguenza il rischio di contrarre malattie a trasmissione sessuale sia altissimo. I responsabili di questa situazione sono da un lato il regime militare che, per la sua natura repressiva, impedisce ai media nazionali di fornire alla popolazione adeguate informazioni e dati attendibili circa le condizioni di salute e le dimensioni del contagio da HIV, dall'altro le tradizioni conservatrici della comunità buddista.

Ovviamente il tentativo di fermare la diffusione dell'HIV è subordinata alla repressione ed al controllo della prostituzione e del mercato del sesso. Purtroppo, anche nel caso in cui le donne fossero informate correttamente circa il rischio di contrarre l'HIV o altre malattie a trasmissione sessuale, resterebbero comunque ragioni per cui le donne sarebbero comunque (come di fatto sono) costrette a prostituirsi, infatti gli sconvolgimenti economici e le guerre etniche degli ultimi anni in Myanmar hanno avuto come conseguenza condizioni sociali ed economiche in cui le donne, anche se giovani, sono costrette a prostituirsi per guadagnare del denaro col quale aiutare la propria famiglia. Nel tentativo di sfuggire alla drammatica situazione economica e sociale in cui vivono in Myanmar, molte giovani donne fuggono in Tailandia per cercare lavoro, i proprietari delle fabbriche tailandesi preferiscono impiegare donne immigrate perché, a differenza degli uomini del posto, non sono in condizioni di potersi lamentare delle pessime condizioni lavorative e dei bassi salari percepiti. Molte di queste donne sfuggono solo temporaneamente al mercato del sesso, infatti alla lunga sono spesso indotte a prostituirsi dalla prospettiva di poter guadagnare molto denaro in poco tempo.

Quando Sandar Kyaw, una ragazza di 22 anni, giunse in Tailandia dal Myanmar, due mesi fa, lavorava 12 ore al giorno cucendo abiti in una delle grandi fabbriche di indumenti che si trovano alla periferia di Mae Sot. Ora siede in una stanza torrida e oscura di un bordello, guardando la televisione insieme alle sue colleghe, in attesa che un uomo la paghi 500 bath (circa 12.50 dollari) per un'ora di sesso.
Con sei sorelle più giovani e i genitori che cercano di tirare avanti in qualche modo in Rangoon, mettere da parte dei soldi è la sua priorità. "Voglio mettere da parte 10.000 bath e tornare a casa", dice. Dal momento che il salario per le donne immigrate clandestinamente dal Myanmar si aggira intorno ai 2.000 bath mensili, mettere da parte una simile somma col salario del suo lavoro in fabbrica è un'impresa che comporta mesi di lavoro. Quando le sue amiche le hanno consigliato di lasciare la fabbrica per lavorare nel bordello guadagnando di più, Sandar Kyaaw ha acconsentito. Dato che può trattenere per sé metà della somma che guadagna in un'ora, un solo cliente al giorno le rende tre volte lo stipendio che guadagnava in fabbrica.

Secondo quanto afferma Aye Aye Mar, fondatrice del Social Action for Women (Azione Sociale per le Donne), un'organizzazione che si occupa di provvedere a una casa sicura e collettiva e di estendere cure sanitarie alle donne e ai bambini profughi in Mae Sot, la scelta di Sandar Kyyaw, di lavorare in un bordello piuttosto che in fabbrica, è anche la scelta di molte altre donne immigrate clandestinamente dal Myanmar. Infatti attualmente è molto difficile trovare lavoro in Mae Sot a causa delle leggi tailandesi molto restrittive in proposito che colpiscono soprattutto le donne: secondo le nuove leggi non vengono rinnovati i permessi per quelle di loro che lavorano come parrucchiere, cameriere, addette ai distributori di benzina e come personale d'albergo.

Inoltre la polizia spesso vende le ragazze ai bordelli dopo averle arrestate.
Una delle poche associazioni che, illegalmente, si occupano di queste donne è appunto la Social Action for Women, fondata il 25 giugno del 2000 da un gruppo di donne del Myanmar che per un periodo di tempo hanno vissuto al confine con la Tailandia e che si sono rese conto degli effetti devastanti della guerra civile sulla vita civile e lavorativa delle donne e dei bambini fuggiti dal Myanmar. Secondo i dati di questa associazione, in Mae Sot, al confine con la Tailandia, vivono circa 100.000, di cui 75.000 tra donne e bambini.

Il Social Action for Women ha approntato un servizio medico mobile composto da sei medici che prestano cure di pronto soccorso a queste donne che non hanno accesso agli ospedali, fanno educazione sanitaria per la prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale e per la contraccezione, intervengono nei casi di denutrizione. In quasi tre anni di attività questo team ha assistito circa 3000 pazienti.
Pur con i pochi fondi di cui dispone, Social Action for Women ha messo a disposizione una Safe House (Casa Sicura) che dal settembre del 2000 ha ospitato circa 140 donne e bambini privi di alloggio, per periodi di tempo variabile in base alle singole situazioni. Si tratta di donne sole in gravidanza o con bambini molto piccoli, che non si trovano in condizioni di poter lavorare o di ottenere assistenza da parte della famiglia.

La Safe House ospita anche donne che hanno subito abusi fisici o mentali, donne che sono state vendute ai bordelli e che cercano di sfuggire a questa situazione, ma non sono in grado di farlo da sole perché si trovano lontane dalle famiglia, sono analfabete e non hanno la possibilità di trovare lavoro altrimenti.
L'obiettivo è quello di assistere le donne delle comunità immigrate dal Myanmar a Mae Sot nel costituire le proprie strutture organizzative al fine di sviluppare la propria autosufficienza, rispetto alla quale l'educazione svolge un ruolo centrale: infatti il progetto di Social Action for Women prevede innanzitutto l'alfabetizzazione di donne bambini come strumento di presa di coscienza della propria condizione e come condizione di riscatto.

Stefania Francini




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