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Anno 10° - Numero 85 - Luglio  2010  

 
 



Attualità, cultura, eventi dal mondo delle donne
a cura di Elena Vaccarino e Mary Nicotra

  26/01/2010Versione per la stampa    Invia questa pagina    

Diritti umani/2 A proposito di muri: l’immagine del filo spinato.

di Manuela Inguaggiato



«Quando dal mondo saranno spariti i fili spinati verrai a vedere la mia camera, è così bella e tranquilla» (L 25).[1] Con queste parole Etty Hillesum scriveva a Osias Kormann, un amico ebreo di origine tedesca, con il quale divideva l’esperienza di Westerbork. Era il 28 settembre 1942 e meno di due mesi prima aveva confidato alle pagine del suo diario: «La nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte, presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi e nessuna persona buona che vorrà darci aiuto lo potrà oltrepassare» (D 153; corsivo mio).[2] Non si ingannava la Hillesum sui tanti destini umani scaraventati in quel fazzoletto di brughiera e, soprattutto, non si ingannava sul suo, nemmeno quando scelse l’anticamera di Auschwitz dopo aver annotato: «in un modo o nell’altro so già tutto» (D 134). Non solo. Proponendosi di scrivere come se si trattasse di scolpire le parole, le fu presente fin da subito anche quel connubio che si instaura tra testimonianza e salvezza; quel legame indissolubile che consegna alla speranza proiettata sul futuro il compito di redimere la memoria di un’esistenza violata.
Ed è proprio leggendo il suo Diario che ancora oggi riusciamo a percepire sulla pelle i graffi procurati da quei fili spinati, che, ancorché invisibili, percorrono la quotidianità di Amsterdam dai primi mesi del ‘41. In quell’esercizio di raccoglimento, la Hillesum testimonia fedelmente dell’umiliazione che viene appiccicata addosso con il chiaro intento di minare, e possibilmente sgretolare la dignità umana. Stando alla scansione temporale delle sue confidenze siamo posti dinanzi a un piano malvagio che sembra divenire cosciente di sé, se così si può dire, nel suo farsi. Si tratta di una vera e propria escalation; di una pratica che incomincia con il minare la libertà personale attraverso l’interdizione dello sfera pubblica, per giungere al suo totale annichilimento con la deportazione di massa.
I prodromi di questo tragico epilogo incominciano a manifestarsi intaccando la quotidianità, ovvero quando «un individuo nei panni del tuo prossimo ti si accosta all’uscita da una farmacia (…), ti punta l’indice addosso e ti chiede con aria inquisitoria: ha il permesso di comprare lì?» (D 146). E’ allora che il nostro orizzonte esistenziale si incrina, che i percorsi abituali e i luoghi comunemente frequentati si trasformano per i “reietti del momento” in corse a ostacoli e in trappole talvolta mortali. Il gesto preliminare, quello che non solo rende possibile ma che legittima e giustifica da un punto di vista perverso l’atteggiamento persecutorio è l’atto identificativo: nel caso specifico, dal 29 aprile 1942 gli ebrei furono costretti a portare la stella di David come distintivo identitario. Ma già il 17 marzo la Hillesum denunciava: «c’è stato proibito di passeggiare sul Wandelweg, ogni misero gruppetto di due o tre alberi è dichiarato bosco e allora sulle piante è inchiodato un cartello con la scritta: vietato agli ebrei. Questi cartelli diventano sempre più numerosi, dappertutto» (D 107; corsivo mio).
Se in principio – quando lo scenario è ancora lo spazio pubblico entro cui si muove la pluralità – la perpetuazione della violenza non può avvenire senza una manifesta violazione dei diritti umani (tanto che per legittimarla devono essere introdotte le leggi razziali), il passo successivo, quello che garantisce il compimento della cosiddetta soluzione finale, può verificarsi solo attraverso il nascondimento; i fili spinati, per lo più invisibili tra le strade e i negozi della città, prendono forma e consistenza nei deserti che ammansiscono lo sguardo. Significative, a questo proposito, sono le parole di Ferruccio Maruffi, un deportato politico di Mauthausen, che scrive: «un lager nazista sorge, per norma specifica, lontano da centri abitati e ben al di fuori dell’area di rispetto dei diritti umani. I fili spinati dell’alta tensione ne garantiscono il privato e la riservatezza» (CS 89).[3] Con la deportazione di massa, non si tratta più solo più di marchiare, umiliare, apostrofare e ghettizzare il diverso che, seppur con tanti impedimenti, si muove ancora nell’orizzonte del mio mondo e lo increspa con la sua presenza; chi la pratica si prefigge di ridurlo a un mero numero progressivo, di eliminarlo come persona per cancellare il patrimonio della sua umanità. All’ingresso di Mauthausen, «per l’ultima volta [i deportati] sentono pronunciare il loro nome» (CS 11): quello che accade dopo ha che fare solo più con il tentativo di svuotamento della vita.
I reduci delle terre di confine, notoriamente zone insidiose e di margine, sembrano essere accordati su un’esperienza comune: la ri-scoperta di una libertà interiore capace di evadere e di superare gli impedimenti creati dai pregiudizi e dai condizionamenti. Un taglio trasversale sulla realtà, dettato non più dall’esigenza di appartenere quanto piuttosto dal partecipare alla verità. Dunque, testimoniare non contro ma al di sopra delle barriere che sono plasmate dalle paure e dalle insicurezze umane e che perciò, come fa notare la Anzaldùa in Borderlands. La frontera, non sono peculiari del sud- ovest degli Stati Uniti.
Tuttavia, se i fili spinati sono volatili (posso essere stesi ma anche rimossi), se le ferite geografiche possono rimarginarsi col e nel tempo, ciò con cui quotidianamente dobbiamo fare i conti sono le frontiere spirituali, psicologiche e sessuali che, proprio in virtù della loro invisibilità, procurano alla nostra carne lacerazioni sanguinolente. Perciò, solo «quando dal mondo saranno spariti i fili spinati [potrai venire] a vedere la mia camera», perché, come scriveva Virginia Woolf, quella stanza tutta per me è luogo di reclutamento dell’invisibile, dove i pensieri e i sentimenti, in assoluto agio nella prossimità, sparigliano le parole per comporre e riscrivere una storia. Una stanza entro cui aggirarsi in libertà; uno scrigno di tempo che restituisce all’eterno ciò che la luce ha plasmato con le sue molteplici sfumature. 

[1] Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 2005[5].
[2] Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 2005[5].
[3] Ferruccio Maruffi, Codice Sirio. Racconti dal lager, Ed. Maruffi, Torino 1992.

M. I., 25 novembre 2009.


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