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30 Maggio 2011

Thèroigne de Mèricourt, l'amazzone malinconica

Il 10 agosto 1792 partecipa all'assalto alle Tuileries, il ruolo attivo nel massacro le fa credere di poter assumere voce pubblica: saranno le donne giacobine a ricordarle che la condizione femminile può essere solo marginale.

Thèroigne de Mèricourt, l'amazzone malinconica

Tra i percorsi silenziosi e in ombra, la “malinconia”, creatrice per qualcuno, devastante per altri e altre, fu la compagna di viaggio di una figura di primo piano nella rivendicazione dei diritti delle donne, che consumò la vita nel buio di un manicomio, dopo aver cercato inutilmente il proprio posto nella società.
Théroigne de Mèricourt (1762-1817) è la protagonista/artefice di un libro avvincente, che lancia un fascio di luce gelida sulle prime lotte femminili per la conquista del voto.  
Infatti, anche nel teatro in cui si rappresenta l’arrivo del nuovo mondo, la parte affidata alle donne è ancora quella della suddita obbediente e silenziosa.
Olympede Gouges pagava il sogno di poter essere donna e cittadina di pieno diritto e, dedicando la Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine a Marie Antoinette, accomunava la regina alle altre donne nell’oppressione di genere. Fu ghigliottinata durante il Terrore, nel novembre 1793, “per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso” ed “essersi immischiata nelle cose della Repubblica”. L’elogio funebre del Moniteur non è lontano da quello tributato a Mme Roland: “filosofa  da boudoir, moglie di un uomo sciocco del quale affrettò la rovina”.
La sua testa mostrata alla folla fu probabilmente il colpo definitivo per l’equilibrio ormai precario dell’amica Théroigne de Méricourt (pseudonimo di Anne-JosèpheTerwagne).
Nota ai più come “l’amazzone malinconica”, è un personaggio dalle due vite, entrambe segnate da un destino di sconfitta, che comincia a respirare dall’infanzia quando ha modo di rendersi conto che nascere donna non è un grande affare.
Il ritratto dallo sguardo fiducioso è sovrastato dall’autoritratto costruito nella Lettre-Mélancolie che inviò nel 1801 a Danton, morto nell’aprile 1794. Théroigne era già in manicomio.
La sua avventura era cominciata nel 1778 quando era divenuta dama di compagnia di MmeColbert. Aveva 16 anni, era fuggita di casa dopo aver conosciuto l’ostilità della matrigna che si andava ad aggiungere al malessere degli undici anni passati in convento, unico approdo possibile dopo che una zia di Liegi l’aveva accolta malvolentieri quando, a cinque anni, aveva perso la madre.
Era nata nel 1762 nelle Ardenne, suo padre era un  contadino benestante, poco interessato all’educazione di una figlia. Il convento le aveva insegnato soltanto a cucire, MmeColbert le propone la lettura, la musica, il canto. Sono i suoi anni più felici, Théroigneè minuta, graziosa, raffinata, ammirata. Ma può una donna realizzarsi senza un marito?  Facilmente attratta da un ufficiale inglese che le offre una vita brillante tra Londra e Parigi ma non il matrimonio, spera di ottenerlo dal vecchio marchese Doublet da cui riceve soltanto una rendita, peraltro non indifferente, che le permetterà di essere generosa con la matrigna, i fratelli e i fratellastri ormai in miseria.
Nel 1788 il coup de foudre per il  castrato Tenducci, poi il viaggio in Italia dove il legame si trasforma in incubo e la malattia venerea che ha contratto le impone pesanti cure col mercurio. Torna a Parigi giusto nel maggio 1789, le idee dei rivoluzionari le rivelano nuovi mondi, non perde una seduta dell’Assemblea, apre un suo salotto, fonda una società patriottica, ascolta ammirata Condorcet Romme, che rivoluzionerà il calendario, Siéyès la cui definizione del Terzo Stato viene letta da Théroigne come un profezia per se stessa: non era nulla, sognava di essere tutto, tentava di divenire qualcosa.
La parola “uguaglianza” che risuonava forte nell’Assemblea, davvero poteva essere il viatico per un mondo diverso.
L’abito da amazzone, che indossa ormai come una divisa, la trasforma nel bersaglio preferito dei realisti, che l’accusano di gusti sadici e libertini. Certamente si trattava di un abbigliamento non casuale: se vi si può leggere un rifiuto della femminilità, così poco vantaggiosa a quel tempo, altrettanto eloquente è il biglietto  che portava sempre addosso. Non uno scritto famoso quanto il Memorial pascaliano, ma poche righe per ricordare, prima di tutto a se stessa che, a dispetto della realtà, “le donne hanno gli stessi diritti naturali degli uomini”.
Il ritorno al paese natale, dove viene accolta con affetto dagli ultimi del villaggio, le frutta poi l’accusa di essere una spia giacobina e diversi mesi in una prigione austriaca.
L’inquietudine che la muove nella perenne ricerca di un posto per essere se stessa, sembra trovare un approdo nel 1792 quando, di nuovo a Parigi, viene ascoltata  da Brissot, al quale propone il “battaglione delle amazzoni”.
Il 10 agosto partecipa all’assalto alle Tuileries, il ruolo attivo nel massacro le fa credere di poter assumere voce pubblica: saranno le donne giacobine, le zelanti sostenitrici di Marat, a ricordarle che la condizione femminile può essere solo marginale.
Il 15 maggio, durante un discorso in place de la Convention, viene assalita, denudata, picchiata: una donna può uccidere, essere uccisa ma la parola pubblica, come la libertà di pensiero, è un delitto che le altre donne non riescono a perdonare.
Arrestata nel 1794 da un comitato rivoluzionario, Théroigne sfugge alla ghigliottina solo perché riconosciuta folle, come tale è internata nel manicomio del Faubourg Saint-Martin.
L’eroina da romanzo, l’amazzone dal linguaggio sferzante, è inghiottita dalla storia oscura della malinconia. L’alienista Esquirol la vedrà alla Salpetrière tra il 812 e il 1817 offrendo, nel trattato Sulle malattie mentali, una descrizione potente delle condizioni spaventose in cui Théroigne trascorre la sua ultima vita; finirà per lasciarsi morire di fame.

Esquirol scriverà poi che quasi tutti coloro che erano sfuggiti alla falce rivoluzionaria erano stati colpiti da alienazione mentale.
L’autoritratto (inconsapevole?) che lei compone attraverso la Lettre-Mélancolie, indirizzata al defunto Danton, è tradotto dal medico in termini di personalità disturbata a causa del cambio di direzione del colon-trasverso. Pare fosse l’ossessione di Esquirol.
Per accostarsi alla fantasia drammatica della Lettre, che si fissa all’infinito su una parola e un tempo, viene maggiore aiuto da Robert Burton, autore del secentesco Anatomy of Melancholy: “[…] è una facoltà ( la phantasia o immaginazione) estremamente potente  e sviluppata nelle persone malinconiche, le fa sovente soffrire producendo nella loro mente cose mostruose e prodigiose, particolarmente se è risvegliata da qualche oggetto terribile evocato dalla memoria […] E’ potentissima nei poeti e nei pittori come è evidente dalla finzioni che producono”.
Nel 1808 un personaggio che era stato importante durante la rivoluzione visitò la Salpetrière, Théroigne lo riconobbe, si alzò dal pagliericcio lurido, seminuda come tutte le ricoverate, e lo investì di ingiurie come traditore del popolo. Per lei il tempo si era fermato, l’anno II era divenuto eterno e immobile, come nella Melancholia di Dürer dove gli strumenti che misurano la realtà e le danno ordine sono buttati in un disordine che sembra dirne l’inutilità.
Come significare un’esistenza che scorre tra progetti gratificanti e risultati umilianti? Un’esistenza di donna mancata in tutte le sue ambizioni: non moglie, non madre (l’unica figlia morta di vaiolo), rifiutata dalla famiglia di origine, dagli uomini della politica, dalle compagne di lotta.
La Lettre-Mélancolie parla una lingua straniera, tanto più difficile a capirsi perché a prima vista sembra uguale alla nostra. Lo è effettivamente, perché dice il sentimento di una sconfitta e chi perde entra dentro di noi, perché tutte e tutti viviamo quell’esperienza.
I due fogli di carta-chiffon bluette, scritti recto e verso con inchiostro seppia, contengono il messaggio in bottiglia di una donna travolta da se stessa, ancor più che dalla rivoluzione, dal suo perenne cercare una risposta del senso all’essere qui e ora. 
 

Silvana Bartoli

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