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28 Maggio 2012

Cristina Belgiojoso

Diventare madre. Il viaggio più lungo di Cristina Belgiojoso

Cristina Belgiojoso

 Il 23 dicembre 1838, nacque Maria Gerolama, figlia di Cristina di Belgiojoso. Fino al 1971 nessuno aveva avanzato dubbi sulla paternità della bambina; tutti sapevano della separazione tra Cristina ed Emilio ma il biografo Malvezzi aveva parlato con sicurezza di un riavvicinamento temporaneo mentre erano a Parigi.
Era passato inosservato il fatto che Malvezzi avesse un interesse personale: era figlio di Costanza Trotti Bentivoglio, una delle tre bambine che Maria allevò dopo averne sposato il padre vedovo.
Ma l’articolo di Yvonne Knibiehler apriva percorsi del tutto inesplorati: una genealogia manoscritta dei Belgiojoso elenca Maria come figlia di Theodore Döhler, pianista austriaco amico di Cristina.
In una lettera a Mignet compare uno strano riferimento a Bianchi (il patriota italiano Pietro Bolognini, notaio di Reggio Emilia, esule in Francia) e i discendenti di lui lo hanno sempre considerato il vero padre e i documenti che lo provavano, dicono, furono distrutti dalla figlia maggiore di Maria alla quale il figlio di Bianchi li avevano consegnati.
Cristina comunque gli pagava uno stipendio, anche quando non era più il suo segretario. Inoltre Bianchi si era sposato un anno prima della nascita di Maria, il 6 novembre 1837, e viveva con la moglie nella villa di Cristina a la Jonchère. Cristina si teneva come amante il segretario mentre ne ospitava la giovane sposina?
Il sito di Sandro Fortunati dice che i documenti sono in un piccolo paese alle porte di Parigi e Maria è registrata come Bianchi, mentre nei successivi documenti italiani risulta come Bolognini, sicché si fa strada un altro dubbio: è figlia di Cristina o dei coniugi Bianchi Bolognini?
Sarebbe ancora più scandaloso nell’ottica del sangue blu. Il marchese Brivio Sforza sostiene poi che Maria si faceva chiamare “signorina Bianchi”, ma lui appartiene a una famiglia che discende dai Belgiojoso danneggiati dall’eredità riconosciuta a Maria.
Dal momento in cui è iniziata la caccia al padre, il più accreditato è stato François Mignet, l’unico uomo che Cristina abbia veramente amato.
A ben guardare però nessuno dei papabili importa veramente: Maria è soltanto sua e mai bambina fu più desiderata.
Il titolo della rivista telematica mi induce ad usare la metafora del viaggio per parlare di Cristina; niente di più facile: dai privilegi di nascita all’autonomia delle scelte, dall’esilio obbligato all’esilio volontario.
La nascita di Maria coincide con un cambiamento radicale nella sua esistenza, sicché anche la maternità per Cristina è stata un viaggio: alla scoperta di sé; un sé che non coincideva con quello che il suo ceto sociale e l’essere nata donna avevano stabilito per lei.
E il tratto più difficile, che davvero mise alla prova tutte le sue energie, fu quello intrapreso per dare un nome a sua figlia. Inizialmente Cristina sembrava superiore alla questione, non disse mai chi era il padre, ma a un certo punto dovette rendersi conto che, per essere madre, avrebbe dovuto occuparsi anche della paternità, una paternità che permettesse alla ragazza di non vergognarsi.
 Per il tempo e il mondo in cui viveva, un’immagine paterna, sia pure fittizia, era fondamentale e la funzione simbolica non meno essenziale. Nelle nostre società patriarcali il nome-del-padre consentiva alla prole di inserirsi nel gruppo sociale e garantiva il sostegno della legge.
L’importanza del padre simbolico era tale che quello in carne ed ossa poteva anche essere solo un’immagine. Nel 1948 Marc-Gilbert Sauvajon scrisse una commedia su di una brillante letterata, madre di tre figli, il cui salotto era dominato dal ritratto di Edouard, il loro padre scomparso.
A un certo punto della pièce si viene a sapere che Edouard non era mai esistito, era solo un mito costruito dalla madre per nascondere ai figli che ognuno di loro aveva un padre diverso. La madre era riuscita a educarli con successo mettendo al posto del padre reale non soltanto un personaggio fittizio ma addirittura un’immagine.
Les enfants d’Edouard è solo una commedia e Cristina certamente non la conosceva. Ma quante famiglie si sono rette per una o più generazioni grazie alle donne che hanno sostenuto uomini fatti unicamente di un nome e di un’apparenza? Questo, Cristina lo sapeva bene.
La bambina nacque nel dicembre 1838, due anni dopo il ‘matrimonio di coscienza’ celebrato tra Mignet e Cristina alla presenza degli amici più cari. Erano senz’altro una bella coppia e la loro storia superava i pregiudizi di classe: la principessa e il figlio del fabbro costruirono un rapporto resistente alla malignità; le loro differenze erano complementari: lui discreto, paziente, fedele; lei impavida, inquieta, con la vocazione alla grandezza. Mignet è l’uomo che avrebbe potuto essere ministro ma scelse la ricerca storica senza considerarlo un sacrificio.
La distruzione delle sue lettere fa supporre che esse rivelassero qualcosa, inoltre gli altri concorrenti sembrano meno validi. Durante la gravidanza e dopo il parto Cristina si tenne nascosta tra Versailles e Parigi, però le lettere che parlano di lei in quel periodo non accennano minimamente alla nascita, che pure era una notizia ghiotta per i pettegolezzi messi in circolazione.
Neppure i rapporti delle spie che la tenevano d’occhio fanno cenno a quella gravidanza. Si può soltanto dedurne che fosse ignota a tutti, o che non fosse incinta. Il primo accenno a Maria è in una lettera del 1840 all’amica Caroline Jaubert: “Maria sta benissimo ed è oggetto costante della mia adorazione.
Ha la bontà di distinguermi in qualche modo, in cambio del mio culto, il che è per me una grande gioia […] questa bambina si fa così bella che qui ognuno si ferma ad ammirarla; eppure non ha quello che qui si chiama éclat, giacché è pallida ed ha i tratti così fini che non risaltano.
Dire come io l’ami è impossibile”. La nascita della bambina segnò comunque la rottura definitiva col marito: normalmente quelli che avevano tradito le mogli, si comportavano generosamente col “frutto della colpa”. Emilio invece rifiuterà totalmente la bambina sentendosi “oltraggiato” dal comportamento di Cristina.
Scrive al suo compagno d’orge: “è duro per un uomo di bon ton come me avere rispetto per una che si è comportata così”, lui che l’aveva sposata per la dote e si descriveva orgogliosamente come un “cacciatore di donne d’alta classe, e collezionista di puttane e amanti in gran numero”.
Avrebbe inoltre avuto molte ragioni per essere un marito comprensivo: la moglie gli aveva offerto appartamento e carrozza per ogni soggiorno a Parigi, invece si preoccupava dello scandalo.
Due anni più tardi Emilio non si preoccupò affatto dello scandalo quando fuggì da un ballo con la contessa Anne de Plaisance, per vivere alla Pliniana. Bisogna aggiungere subito però che, dieci anni dopo, lei lo abbandonò mentre lui faceva un pisolino.
Ma nel 1840 Cristina sente il bisogno di staccarsi dalla mondanità parigina e decide di tornare in Italia. Solo nel recupero delle sue radici nazionali può ripensare la propria vita: una vita che da allora in poi sarà soprattutto la vita con la figlia. Il denaro che Cristina pagava al Bianchi, non più al suo servizio, e sempre pieno di debiti, era evidentemente il prezzo del silenzio.
Se Bianchi la ricattava, difficilmente sarebbe tornato in Lombardia dove era ricercato. Una volta deciso di vivere apertamente con la bambina, Locate diventa il centro suo mondo. Riformatrice illuminata, Cristina s’impegna a costruire delle case sane e a convincere i contadini che bisogna tener puliti gli alloggi in cui vivono: “Questa povera gente mi considera come qualcosa di un po’ strano ma di ben intenzionato a cui non si sfugge. Il paese mi appartiene per l’eternità […] quando si è amati da un popolo, anche piccolo, si hanno grandi doveri e grandi gioie”. La scoperta della maternità sembra avere un’altra conseguenza: Cristina si sente anche madre degli abitanti di Locate. Il riformismo per lei non è un’esercitazione individuale, vorrebbe coinvolgere gli altri proprietari lombardi ad occuparsi soprattutto degli orfani.
Cristina è una persona pratica, non chiede solo beneficenza, si sofferma anche sui vantaggi comuni che deriverebbero da un orfanotrofio rurale, ma gli altri latifondisti (tutti più devoti di lei) lasceranno cadere la proposta. Ancora una volta tocca a Cassandra vedere prima degli altri e i soliti maschietti al potere preferiscono deriderla anziché ascoltarla. L’esperienza di Locate non va confusa con la beneficenza commossa ma parte da precise premesse ideologiche: Cristina si ispira al falansterio e al fourierismo, una forma di socialismo che cerca di correggere il sistema capitalista, prevedendo la spirale dei ‘bisogni artificiali’ del consumismo.
Non riuscirà a seminare altre Locate in Lombardia, ma il modello sociale che ha avviato rientra a pieno titolo nella storia sociale del Risorgimento. Locate diventa meta di autentico pellegrinaggio, attira letterati e scienziati e viene considerato positivamente dalle autorità austriache, mentre Cristina comincia a guardare gli italiani con un certo distacco: non sono capaci di autonomia responsabile, hanno sempre bisogno di un padrone onnipotente. Pur nella “santa operosità” di Locate qualche scrupolo si fa strada: “Quando vedo la mia piccola Maria crescere, irrobustirsi, attaccarsi tanto a me, considerandola come un testimonianza del favore di Dio, mi dico che me la ritirerebbe se non vivessi secondo Lui”.
Per la figlia, Cristina rinuncia anche a Mignet, il loro rapporto si trasformerà in amicizia solida e profonda e da allora in poi i pettegolezzi sulla sua vita amorosa diventeranno secondari. A Locate vive con Dio, con Maria, con i poveri e con i libri: “Non permetto a me stessa la minima distrazione fuori da queste cose”.
I suoi rapporti con Milano, già tenui a causa della sua dubbia situazione di esiliata e moglie separata, si erano fatti amari: Giulia Beccaria, che per Cristina era una madre, stava morendo ma Alessandro Manzoni le impedì di vederla. Malvezzi spiega tutto questo come “ristrettezza di idee”, espressione molto gentile riferita a uno che viveva col patrimonio dell’amante della madre.
Prima di lasciare Parigi Cristina aveva cominciato l’elaborazione di un saggio Sur la formation du dogme catholique; il libro verrà messo all’Indice il 17 agosto 1843 con l’approvazione di Manzoni: Cristina non aveva diritto di toccare un tema sacro. Tra la scrittura e il rinnovamento del suo feudo, dà prova di un’energia prodigiosa nonostante una salute sempre più malferma. Proprio in quel periodo si affidò alle cure di un giovane medico di Varese, Paolo Maspero, dal quale conosciamo in dettaglio quanto fosse malata e con quanta felicità si staccasse dalla sua stessa sofferenza. Maspero, oltre a interessarsi in modo particolare dell’epilessia, era anche uno studioso dei classici; la sua traduzione dell’Odissea venne dedicata a Cristina. Ormai però era chiaro che non erano i progetti per la tenuta o i problemi di salute a trattenerla a Locate.
L’illegittimità di Maria la bollava negativamente, inoltre era stata una mazziniana, cioè una terrorista. Era bella, nobilissima, ricchissima eppure aveva bisogno di sfuggire al biasimo morale. La scuola per i figli dei contadini, i corsi di addestramento per adolescenti, la costruzione di case dignitose, sembrano insufficienti nel percorso di espiazione che si era imposta: “è per questo che, considerando la nostra discendenza da Eva, mi sono gettata nella vita che conduco al presente […] mi domanderete se credo davvero che tutti i sacrifici che impongo a me stessa siano comandati da Dio. Risponderò che non ne ho idea ma che il modo più sicuro di piacere a Dio è di pensare a Lui e di fare del bene […] sta qui l’intera morale del mio catechismo”. Ma ancora non le bastava: “Se qualcosa non mi tira fuori dallo stato di depressione in cui sono caduta, per me è la fine. Lo dico senza esagerazione”, confidava a Mignet. “Quello che mi serve è un lavoro impegnativo, non soltanto quello della penna, ma d’azione. Ma dove trovare qualcosa del genere per una donna?”.
Gli eventi dei mesi successivi le fornirono l’impegno di cui aveva bisogno. Mazzini la chiamò a Roma per organizzare e dirigere i servizi ospedalieri della città. Lo fece senza mai mostrare fatica o stanchezza. Impose pulizia, disciplina e buona amministrazione. L’antica “leonessa” dei salotti di Parigi, viveva con la figlia in una specie di cella, con un materasso steso sul pavimento, ma in genere passava la notte vegliando i feriti più gravi Dopo la caduta della Repubblica romana il governo pontificio la prende di mira: un prete amico le manda un biglietto il 31 luglio: fuggite al più presto, siete accusata di sentimenti irreligiosi. Parte la sera stessa con la signora Parker e Maria diretta a oriente. In Anatolia compra una vasta tenuta nella quale si adattò con furore a una vita di privazioni. Per sopravvivere a Ciaq-Maq-Oglou diede prova di ingegnosità e determinazione.
Con i limitati mezzi limitati disponibili Cristina assunse pochi esuli italiani e un piccolo nucleo di domestici del luogo per trasformare la sua proprietà in una fattoria auto-sufficiente. Curava i malati, sovrintendeva alle semine e ai raccolti, vendeva al mercato locale i ricami che facevano lei e Maria, e cominciò a scrivere articoli sulla vita e le leggende della Turchia per la Revue des Deux Mondes e il Daily Tribune. Come già al tempo del suo primo esilio, la princesse ruinée viveva del proprio lavoro. Studia il turco che la figlia già parla correttamente, ma la visione di Maria ormai tredicenne tra oche, asini e galline non la tranquillizza: preferirebbe vederla a Londra o a Losanna.
Nel 1852 il viaggio a Gerusalemme per la prima comunione di Maria, le soste a Nazareth, a Damasco, in Libano sono dovute più a problemi di salute che a interessi turistici. Gli amici la implorano di tornare a Parigi, di interrompere la follia del soggiorno asiatico e Mignet, che ammira il suo coraggio, si attiva per salvarle il patrimonio nuovamente sequestrato dagli austriaci. Forse lui la giudicava temeraria, tuttavia comprendeva la rabbia impotente che l’aveva portata lontano dai tradimenti e dalle sconfitte.
Ora Cristina vedeva la follia della violenza predicata da Mazzini: “vent’anni di pietosa, sanguinosa esperienza, non gli hanno insegnato niente? Mazzini ha dunque giurato di continuare a fare vittime”, cosa che ripugnava alla sua visione politica razionale. Nemmeno l’isolamento di Ciaq-Maq-Oglou però era immune da violenza: un dipendente, furioso perché Cristina si era opposta a un suo flirt con la signora Parker, l’aggredì con un pugnale. Miracolosamente in grado di medicarsi da sé, cinque giorni dopo lei si era ripresa quanto bastava per scriverne a Mme Jaubert. Per il resto della vita, a causa di quelle ferite, avrebbe tenuto la testa inclinata da un lato, ma si era salvata praticamente da sola.
Tutti urlavano, piangevano, incapaci di agire. Lei stessa guidò la medicazione mentre Maria gridava disperata “Mamma non morire”. A Mignet confida di non aver potuto chiamare un chirurgo per mancanza di denaro. Ma il fatto più importante è che non ha avuto paura della morte, ha avuto paura per Maria, il terrore di lasciarla da sola nella fattoria turca. Tornata in Europa, nel novembre 1855, per non condannare Maria alla miseria Cristina decise anche di staccarsi dalla politica attiva.
Un’altra battaglia l’attende: la figlia ha ormai diciotto anni e uno stato civile così incerto che può intralciare il suo posto nella società e soprattutto un suo futuro matrimonio: per Maria era necessario il cognome dei Belgiojoso. Al marito non importava nulla, né della bambina né delle carte false che Cristina era disposta a fare per ottenere la legittimazione, a lui importavano solo i soldi e ne ottenne tanti. La sua condotta esemplare di madre devota, di reclusa tutta dedita agli studi, di proprietaria terriera filantropa, che conduceva una pia esistenza lontano dalle frivolezze di Parigi e di Milano, tutto questo era il prezzo che sentiva di dover pagare per sottrarre la figlia alla vergogna e alla bâtardise. I ripetuti tradimenti del marito le davano diritto a un atto nobile da parte di lui ma Emilio e i suoi fratelli volevano e una dichiarazione che salvasse l’apparenza.
Così Cristina giurò che avevano vissuto nella stessa casa all’epoca della gravidanza, il che era vero dato che, nel 1838, Emilio aveva soggiornato in rue d’Anjou. L’11 dicembre 1860 poteva scrivere a Mignet: “la mia grande impresa, l’impresa riguardante mia figlia, è completamente terminata e con pieno successo”. Il giorno dopo il verdetto ricevette una busta indirizzata alla Signorina Maria Barbiano Contessa di Belgiojoso. Era fondamentale perché Maria, alla nascita, non era stata registrata sotto nessuno dei due nomi, dunque agli occhi della legge non era nemmeno figlia di sua madre, non essendo mai stata dichiarata ufficialmente come tale. Il solo nome che poteva darle era quello del marito, non per snobismo o conformismo, era costretta a farlo se voleva vedersi riconosciuta come madre. Cristina pagò a caro prezzo quel successo.
Accettò che Maria rinunciasse a tutti i diritti ereditari sul patrimonio immobiliare, la sola proprietà che reclamò fu la Pliniana, per la quale versò ai cognati la parte di loro spettanza. Era la villa acquistata da Emilio per Anne de Plaisance, era quasi un simbolo di quel era stato il suo matrimonio.
Cristina però non vi abitò mai. Per quanto incredibile Maria “nulla sospetta” e mai nulla saprà di ciò che la madre ha affrontato per darle un nome al di sopra di ogni contestazione, Cristina è riuscita a spostare mezzo mondo senza che la figlia si accorgesse di ciò che avveniva per lei. Cristina esulta per la vittoria e scrive a Mignet che le sembra di essere finalmente “in pieno possesso” della figlia.
Ma proprio in quel momento la perde di nuovo: “Maria è fidanzata ed anche se il matrimonio mi soddisfa completamente, mi strappa un gran pezzo di vita”. In procinto di diventare Marchesa Trotti Bentivoglio, Maria è bella: “alta, snella, dritta, e di una salute e di una carnagione immacolata”, così la descrive la madre e certamente non assomiglia a Emilio, divorato dalla sifilide, e neppure alla madre, in lotta con l’epilessia. Dimostra piuttosto una salute popolana e forse per questo meglio predisposta della madre a una vita agiata. L
’addestramento non le è certo mancato: parla perfettamente il francese, l’inglese e il turco; ha trascorso l’infanzia marciando con i volontari napoletani verso Milano, negli ospedali della Repubblica Romana, nella fattoria turca, cavalcando nei deserti verso Gerusalemme. Da queste avventure è uscita una jeune fille rangée. La sua vita sentimentale si riassumerà in un matrimonio combinato dalla madre, la sua vita intellettuale non andrà oltre qualche recita in famiglia, le avventure della sua vita adulta saranno parti faticosi e le malattie di figlie e figliastre. Si direbbe che in Maria la madre realizzi il destino di una giovane aristocratica che la sua vita inquieta aveva travolto.
E Cristina fa di tutto perché la figlia abbia una vita tranquilla, ma dopo il suo matrimonio per la prima volta cede. “Maria è felice”, scrive a Mignet, “sarei un’ingrata a lamentarmi. La verità, tuttavia, è che non trovo più alcuna ragione per vivere, e di conseguenza temo di non sentirmi più obbligata a farlo”.
L’adorata figlia però ha ancora bisogno di lei: è incinta e lei, come sempre, si lascia tiranneggiare: “Mia figlia ebbe sempre il buon capriccio di divertirsi più quando mi ha con sé che quando non vi sono; ed io da madre più tenera che forte le sono così grata di questo suo travers che non ho cuore di lasciarla dire: mamma non te ne andare, mamma vieni con me, scriverai domani; e di pensare invece alle cose mie”. La nascita di Cristinetta, le terrificanti complicazioni post-partum di Maria, la salute della piccola, la competenza del dott. Maspero, tutto viene raccontato a Mignet e solo a lui racconta l’orgoglio di nonna: “Ho una nipotina che è un miracolo di bellezza, di salute, di intelligenza. Non credo di essere diventata più umoristica con la vecchiaia ma la mia Cristinetta trova la mia faccia assai di suo gusto e quando mi vede ride, manda strilli di gioia, scalcia con i piedini e serra i piccoli pugni per strillare più forte”.
La vita di Cristina trova ora un senso solo accanto alla figlia: “Io vivo qui della vita altrui, cioè di mia figlia e dei suoi contemporanei; vita di gite, di cosiddette parties de plaisir, di passeggiate, barcate, visite, musiche, conversazioni”. Belgiojoso a tutti gli effetti legali, Maria avrebbe avuto una vita dignitosa, il riconoscimento definito della società fu la nomina a dama di corte della Regina d’Italia. Cristina morì il 5 luglio 1871, l’epigrafe sulla sua tomba riflette il perbenismo ovattato in cui viveva Maria: la donna libera, intelligente e colta, superiore alla società in cui visse, viene imbalsamata nella mummia di una dama di carità. Il goffo tentativo di risarcimento postumo che l’ha definita “ingegno virile in un corpo femminile”, non è un complimento, è una condanna senza appello, significa: non è utile per il riposo del guerriero, statele alla larga.
Ma dal ritratto di Lehmann Cristina ci guarda con gli occhi indagatori con cui usava scrutare il mondo, vuole capire come ci accostiamo a lei, difficile restare indifferenti a quello sguardo, quello che lei ha pensato e fatto ci ri-guarda ancora. E ancora una volta, è inevitabile la constatazione che le donne di cui ci arriva la voce, i cui gesti ci interessano, sono proprio le disobbedienti, le ribelli, quelle che hanno osato trasgredire il modello e la norma dominante.
Le altre sono state seppellite dalla polvere del conformismo in cui si sono collocate per essere gradite ai loro uomini. La ribellione di Cristina fa parte della sua ricerca di senso e di memoria: “Ciò che mi fa orrore è l’oblio. Ve ne prego: ditemi il nome di quelli che talvolta vi parlano di me. L’oblio non è una morte prematura?”.
La figlia avrà un’esistenza distante anni luce da quella di Cristina, placida moglie del marchese Trotti Bentivoglio, dama d’onore della regina, di lei ci ricordiamo solo nel nome della madre."

Silvana Bartoli

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