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Attualità e società e pari opportunità

I fatti, gli avvenimenti, i cambiamenti sociali, la cronaca che coinvolgono il variegato mondo delle donne

Attualità e Società

08 Febbraio 2011

In piazza il 13 febbraio. Mettiamo in rete anche il senso critico!

Materiali stimolanti da condividere per una partecipazione plurale e consapevole a Se non ora quando. Riflessioni stimolanti dal Laboratorio Sguardi Sui Generis al blog dei Quaderni Viola. Continua/

Segnaliamo le stimolanti riflessioni del Laboratorio Sguardi Sui Generis e del blog dei Quaderni Viola.

Senza stupore: eccezione e norma ai tempi di Arcore.
pubblicata il 4 febbraio 2011 dal Laboratorio Sguardi sui generis di Torino 
http://sguardisuigeneris.blogspot.com/
 
 «Lo stupore perché le cose che noi viviamo sono “ancora” possibili nel ventesimo secolo non è filosofico. Non sta all'inizio di alcuna conoscenza, se non di questa: che l'idea di storia da cui deriva non è sostenibile».
Walter Benjamin, 1940.
 
 Con queste parole, Walter Benjamin impartiva una lezione di metodo critico che continua a valere: quando di fronte ad accadimenti politici ci si appella all'eccezione – oppure ci si indigna denunciando un regresso rispetto a una presunta norma di civiltà – ciò significa semplicemente che non si è capito nulla o non abbastanza, che non si dispone di strumenti adatti a comprendere il proprio tempo. A partire da questa considerazione – assunta come strategia metodologica – è possibile costruire una riflessione sugli scandali sessuali che hanno scosso la cronaca italiana delle ultime settimane, cercando di sottrarsi sia alla trappola del cinismo che a quella del moralismo.

«Lo stupore non è filosofico». In prima istanza, la massima suggerisce di sgomberare il campo dalle posizioni che – se pur in modi e con intenti differenti – considerano l'accaduto una deviazione rispetto alla regola dell'esercizio del potere, il risultato scabroso di vizi e perversioni private da cui difendere il corpo sano della democrazia. Questa, come si evince dai maggiori quotidiani nazionali, è l'opinione dominante nella sinistra istituzionale, condivisa anche da molti cittadini italiani e fondata su una sorta di soglia etica minima, equiparabile al buonsenso. I comportamenti del premier – si legge nei vari editoriali e appelli – offendono la dignità delle donne e della democrazia. Da questo teorema, piuttosto riduttivo, deriva un sentimento diffuso d'indignazione, una pratica collettiva di sdegno morale che tuttavia non tarda a mostrare inclinazioni ambigue e politicamente inconseguenti, quando non pericolose.

Dietro l'indignazione, infatti, si nascondono spesso voyerismo, moralismo e sessismo. Quest'ultimo, in particolare, sembra un vizio da cui il discorso pubblico italiano fatica a liberarsi al punto che, a volte, i commenti superano ampiamente i fatti. Quale dinamica perversa regge infatti la logica secondo cui l'esistenza comprovata di uomini spregevoli (ottuagenari arrapati che bramano minorenni) combinata all'esistenza di donne spregiudicate (giovani che si vendono a ottuagenari per realizzare ambizioni personali) spinge un intero paese a cercare di dimostrare che esistono anche “altre” donne? Perché l'attestazione di soggettività sembra così facilmente revocabile a un genere in quanto tale (che per inciso rappresenta più della metà della popolazione mondiale) non appena qualche appartenente al genere stesso smentisce/trasgredisce il ruolo della donna “per bene”, lasciando così emergere tutte le contraddizioni che covano nella doppiezza della morale pubblica italiana?

E perché tante sentono improvvisamente di doversi mostrare intelligenti, di dover provare al pubblico e alla società di essere diverse? Si è letto forse qualche editoriale cimentarsi nella costruzione di sillogismi sbilenchi volti a dimostrare l'ovvio, ovvero che sebbene Berlusconi sia un uomo, ciò non implica che tutti gli uomini siano Berlusconi? Si è forse suggerito ai giovani italiani di pensare ad Albert Einstein, nel caso l'esistenza di uomini gretti li avesse fatti dubitare della loro identità? E perché allora l'esistenza di Marie Curie o di altre donne eccezionali dovrebbe far espiare il fatto che qualcuna mercifica la propria esistenza per brama di potere? Perché ancora una volta l'identità delle donne viene ricondotta ai due archetipi – la puttana e la santa – incarnati di volta in volta da figure reali differenti?

Se il paradigma dello scandalo nasconde queste e altre trappole, può forse essere utile capovolgerlo, individuando, nell'eccezione, la norma. Non la normalità, come potrebbe intenderla il cinico e disilluso che bacchetta il moralista, ma la regola di una concezione della sovranità.

Se, infatti, lo scandalo consiste nel tradimento di un modello preciso del potere sovrano che si presumeva assodato, potrebbe darsi il caso, contrario, per cui gli avvenimenti recenti – non più scandalosi, ma per questo non meno scabrosi – esplicitino la natura di una figura sovrana diversa e inattesa. L'indecenza sostituisce la decenza. Il vizio privato prende il posto delle virtù tradizionalmente richieste all'uomo pubblico (decoro, dignità, rettitudine, etc...). L'abuso reale del mandato democratico rimpiazza la sua teorizzazione e concezione moderna.

Quando ciò accade, il potere si mostra in veste “ubuizzata”, grottesca e paradossale, ma non meno autoritaria. Berlusconi incarna perfettamente questa forma della sovranità, che mentre fa spregio delle regole in nome della libertà (parola d'ordine del suo “popolo”), attua una politica di esaurimento materiale delle possibilità di autodeterminazione dei soggetti.

Le giovani donne che oggi si autoprostituiscono alla corte di Arcore possono allora essere considerate una sorta di realizzazione perfetta del modello lavorativo/esistenziale che ogni giorno è imposto a un'intera generazione.

L'affermazione non è da intendere in senso metaforico – secondo la massima cinica per cui tutti ci prostituiamo in un modo o nell'altro per un poco di denaro – ma in senso più specifico e preciso. In primo luogo in quanto il lavoro – e in primis quello femminile – si svolge oggi in un contesto prostituzionale allargato in cui il corpo (o parti di esso) è sempre considerato merce di scambio potenziale. Spesso in forma erotizzata – come nel settore commerciale, dove la donna è sempre portatrice di un valore aggiunto che transita da lei all'oggetto – ma non necessariamente. Si pensi ad esempio al lavoro di cura e al suo sfruttamento più radicale incarnato nella figura della badante, a cui il corpo viene letteralmente sottratto per farsi oggetto di lavoro: a essere venduto non è solo il tempo, ma sono anche la giovinezza, la forza, la salute.

Solo una morale doppia, professata in malafede, può reputare scandalosa la vendita del corpo, mentre accetta senza battere ciglio un modello produttivo che non può farne a meno. E proprio l'incapacità di tematizzare le contraddizioni sul piano politico costringe il dibattito in un moralismo chiassoso ma innocuo, capace di imputare responsabilità soltanto ad una società dello spettacolo fluida e post-moderna. Senza negare il ruolo che massmedia e stereotipi svolgono nella formazione degli immaginari collettivi, appare tuttavia importante sottolineare come il modello auto-imprenditoriale non costituisca soltanto un miraggio televisivo, ma l'ideologia che regola le scelte del governo in materia di welfare e lavoro.

Il Libro bianco del ministro Sacconi, infatti, propina a ogni cittadino un modello reddituale basato su una regola banale: più ci si inventa, si è versatili e intraprendenti, più strada è possibile compiere. Ovvero: le condizioni di vita materiale dipendono dall'impegno soggettivo del singolo, indifferentemente dalle condizioni di partenza e dalle possibilità di accesso al reddito. In questo quadro, che rimuove completamente ogni asimmetria di potere tra i soggetti sociali, le ragazze di Arcore non rappresentano un'eccezione rispetto a una gioventù sana, ma semplicemente una parte di essa che applica le regole del Ministro alla lettera: auto-imprenditoria e rimozione dei rapporti di potere.

Non appena si lascia il terreno dell'indignazione, ci si sottrae alla dicotomia «donne per bene» e «donne per male». Non appena si smette di provare stupore, per analizzare e provare a capire, i problemi prendono forma. Ci si lasciano alle spalle cinismo e moralismo. La si fa finita con la cronaca e con gli scoop. E l'eccesso diviene semplicemente una figura di verità che illumina il potere, le sue forme e le sue manifestazioni.

A chi dunque, sconcertato e stupito, si chieda dove siano le donne di questo paese non risponderemo impersonando l'immagine di “ragazze per bene” contrapposte alle presunte “ragazze per male” o dibattendoci per mostrare un'intelligenza e una forza che sappiamo di possedere. Risponderemo piuttosto che ci troviamo nei luoghi in cui quotidianamente si giocano i conflitti reali di questo paese, dove si costruiscono le condizioni del nostro essere e divenire donne. «Dove siete ragazze?», titolava qualche giorno fa un editoriale firmato da Concita De Gregorio.

Ebbene eccoci: nelle lotte contro il modello di welfare alla Sacconi che ci vuole auto-imprenditrici anziché soggetti attivi entro relazioni materiali ben definite; nelle lotte universitarie contro una riforma che dietro lo slogan meritocratico nasconde l'umiliazione dei saperi e l'addomesticamento alla precarietà; nelle lotte di autodeterminazione – come quella piemontese contro la delibera Ferrero – contro chi pretende di espropriarci della libertà di scelta sulle nostre vite; nelle lotte per il territorio – ad esempio quella Notav – perché nelle lotte popolari di resistenza sappiamo immaginare un’alternativa allo sviluppo predatorio e parassitario del tardo capitalismo; nelle lotte antirazziste, perché non vogliamo che la presunta difesa dei nostri corpi, in nome della quale si legittima ogni ideologia securitaria, sia l’alibi dietro cui nascondersi per non affrontare la verità, senz’altro meno rassicurante, che la maggior parte delle violenze sulle donne avviene per mano del partner o ex, familiari, o conoscenti.

La domanda corretta per noi è questa: “Dove siete voi, giornalisti e intellettuali?

È l'ultima chance che avete per riconoscere l'unica promessa di futuro che cova in questo paese e iniziare a raccontarne le battaglie, a capirne la passione e le ragioni. Potreste contribuire a ingrandirle, anziché soffocarle con il chiacchiericcio dei vostri salotti, dove, di certo, non ci troverete.
 
 
 
http://quaderniviola.blogspot.com/
lunedì 31 gennaio 2011
Considerazioni sul Rubygate
di Lidia Cirillo
 
Le vicende legate al Rubygate possono essere commentate da vari angoli di visuale. Franca D'Agostini, filosofa della scienza, lo ha fatto perfino dal punto di vista del logos, analizzando gli pseudo-ragionamenti e le procedure argomentative dei difensori di Berlusconi, giornalisti sul suo libro paghe o persone da lui elevate agli alti ranghi delle istituzioni.
Qui vale invece la pena di soffermarsi su alcuni aspetti del rapporto tra governo e opposizione e sulla discussione che le avventure sessuali del premier hanno aperto nel femminismo.
E' evidente che Berlusconi è diventato un personaggio scomodo per gli stessi che lo hanno sostenuto e hanno ricevuto benefici dalla sua gestione del potere politico. Un leader che non alimenti un clima di belligeranza totale, non compromesso con la giustizia, con una vita privata più morigerata e con un'immagine meno folkloristica agli occhi del resto del mondo, sarebbe certamente preferibile per le élites economiche di questo paese.
Non da ora ma da sempre la preferenza dei possessori di ricchezze andrebbe a qualcosa di simile a una destra liberale, in un contesto di democrazia formale e con la mediazione di servitori dello Stato disponibili a ritirarsi, dopo aver prestato il loro contributo allo sfruttamento e all'estorsione di pluslavoro. Questa aspirazione si è realizzata solo in casi eccezionali, e comunque mai in tempi di crisi, perché non risolve il problema fondamentale del consenso. Insomma finché Berlusconi lo garantisce, sia pure a suo modo, difficilmente il padronato vorrà o potrà liberarsi di lui. Marcegaglia ha chiarito bene la posizione della sua parte sociale, quando a una domanda di Fabio Fazio in un programma di intrattenimento televisivo ha risposto: un nuovo primo ministro sì, ma solo dopo le elezioni, cioè solo dopo la verifica del consenso che ciascuno schieramento raccoglie.
Poiché è difficile che il presidente del Consiglio getti la spugna ed è facile invece che abbia deciso di vendere cara la pelle, la sua vita o la sua morte dipendono dall'incerto passaggio delle prossime elezioni politiche, in cui egli avrà carte migliori da giocare rispetto ai suoi avversari, prima di tutto l'uso dei media. Non si tratta di arrischiare un'incauta profezia sull'immortalità politica di Berlusconi, che potrebbe alla fine essere travolto dalla sua imprudenza e impudenza. Si tratta di non dimenticare ciò che l'opposizione parlamentare sembra aver rimosso e cioè che esiste una condizione sine qua non per sostituire un governo con un altro, almeno finché una democrazia formale continua a esistere.
La logica dei discorsi e delle iniziative del maggiore partito di opposizione si riduce oggi a denunciare il governo e il suo capo perché, in tutt'altre faccende affaccendati, non si dedicano con adeguato zelo alle riforme indispensabili e urgenti per l'Italia. Sulla qualità delle cosiddette riforme nulla si dice, ma la sintonia con la Confindustria e la disponibilità ad accettare Tremonti come nuovo presidente del Consiglio non lasciano dubbi sulla loro natura. Insomma, se le parole hanno un senso, ciò che il PD chiede in ultima analisi è una maggiore efficacia nella spoliazione ulteriore del lavoro salariato e nella riduzione all'osso del welfare residuo.
Se l'operazione del PD andasse davvero a buon fine, cioè se il secondo atto di una crisi devastante venisse gestito da una specie di governo di unità nazionale con all'opposizione la destra berlusconiana e criptofascista, dotata di strumenti di comunicazione di massa quasi da regime, allora verificheremmo che il governo Berlusconi non è il peggio che possa capitarci con questi rapporti di forza e con questa sinistra. Non è solo per questo che non sarebbe stato saggio firmare l'appello di Concita De Gregorio, direttrice dell'Unità; non è solo perché esso è parte di uno sciagurato progetto politico. L'appello si rivolge alle donne di destra e di sinistra, povere e ricche, del Nord e del Sud perché testimonino insieme che esistono altre donne oltre quelle che si mettono in fila per il bunga-bunga e perché insieme dicano “Ora basta”. E' evidente che l'obiettivo è quello di proporre un'altra femminilità, diversa da quella costruita dall'immaginario berlusconiano di kapò con in tacchi a spillo e di fanciulle iscritte alla lista di collocamento dello scambio tra sesso e danaro. Il rovescio della medaglia è che lo stigma finisce per colpire proprio l'ultima ruota del carro, vale a dire le ragazze comprate per allietare le serate dell'anziano miliardario.
Ha ragione Pia Covre del Comitato per i Diritti delle Prostitute, quando denuncia che le giovani donne ascoltate come persone informate dei fatti sono state usate ed esposte sui media e che, se ad alcune la cosa è andata bene, altre ne sono uscite umiliate e ferite. E si deve darle ragione anche quando si chiede se può essere considerata una vera vittoria sfrattare il premier perché è scivolato sulla prostituzione, mentre ci sarebbero ragioni sociali, politiche e di democrazia per mandarlo a casa. La campagna dell'opposizione non può essere condivisa nei suoi obiettivi e nelle sue modalità anche per un'altra ragione, cioè per l'ondata di moralismo ipocrita che la caratterizza. Come altro si potrebbe definire l'accoglienza calorosa riservata alle parole del cardinal Bertone e l'uso strumentale delle inquietudini del mondo cattolico?
Ora, sia chiaro, sarebbe del tutto legittimo che un'opposizione facesse leva anche sulle vicende del Rubygate. Non so se qualcuno/a ha mai scritto un libro sul ruolo dello scandalo nella storia, ma è noto che agli scandali sono debitrici anche due grandi rivoluzioni, quelle del 1789 e del 1917. Lo scandalo può assolvere la funzione di svelare all'ingenua opinione popolare che gli dei non sono dei, che nel Castello avvengono cose che violano le regole dettate dal Castello stesso e che esse sono quindi arbitrarie e parziali. Il debito tuttavia è stato sempre di poco conto e, come tutte e tutti sanno, quelle rivoluzioni sono poi andate ben oltre.
In che cosa consiste lo scandalo è stato già detto. Non è vero che a casa propria si può fare ciò che si vuole; anche a casa propria non si possono commettere reati e l'uso della prostituzione minorile è reato. Non è poi vero che si tratta di questioni solo private perché il premier colloca nelle istituzioni le persone, donne e uomini, che gli hanno reso i servigi da lui richiesti. E' vero invece che un individuo con una condotta così disinvolta si fa poi paladino della più retriva morale cattolica, promette una legge contro la prostituzione, ne fa approvare un'altra che vieta l'analisi pre-impianto degli embrioni nelle tecniche di fecondazione assistita, resiste al riconoscimento del sia pur minimo diritto di lesbiche, gay e trans, celebra il family day...
La discussione nel femminismo sull'argomento non è cominciata oggi con il caso Ruby. Dell'uso del corpo delle donne nei media e delle mutazioni del genere che l'immaginario berlusconiano produce si parla da tempo. La legittima avversione nei confronti del moralismo dell'opposizione e della logica politica che la caratterizza ha prodotto qua e là, nella parte più radicale del movimento, reazioni del tutto inadeguate. O troppo benevoli nei confronti del presidente del Consiglio: ognuno è libero di fare a casa propria ciò che vuole; la sinistra replica l'atavica condanna del sesso, che è invece un'attività naturale ecc. Oppure commenti propri di chi si tira fuori dalla mischia: sono cose da uomini che non ci riguardano; rifiutiamo di adeguarci ai modi e ai tempi della politica, alle regole degli schieramenti partitici e dell'audience televisiva ecc.
Nel complesso tuttavia la discussione nel merito è stata ben più ricca e feconda che altrove e pour cause. E' chiaro a molte che non solo con quest'ultima vicenda, ma con tutta la sua storia personale, con il suo modo di concepire la presenza delle donne in politica e con le immagini delle televisioni che possiede o controlla, Berlusconi ha utilizzato una delle specifiche tecniche di consenso della destra moderna. Perché moderna non è la destra liberale ma quella post, cioè quella che si trova a fare i conti con più pressanti problemi di consenso e li risolve con la propaganda, la repressione e la costruzione di capri espiatori, in diversi rapporti di quantità tra loro secondo il contesto.
E' improbabile che l'operazione sia stata consapevole: la sua realizzazione deriva dal fatto che Berlusconi è l'incarnazione caricaturale e ormai patetica del senso comune della maggioranza dei maschi italiani. Inoltre il suo essere un parvenu della politica lo priva delle capacità di mediazione, simulazione e dissimulazione proprie dei politici di mestiere. Berlusconi è semplicemente un bugiardo nel senso più rozzo e infantile del termine.
La tecnica di consenso consiste nel portare a galla, diffondere e legittimare ciò che giace sul fondo del corpo sociale, le credenze e le relazioni più arcaiche. L'uso politico dell'antigiudaismo, per esempio, derivò dalla constatazione che esso era ancora assai vivo negli strati popolari più incolti. E la constatazione si realizzò nella forma semplice della quantità degli applausi che nei comizi ogni attacco agli ebrei suscitava. Qualcuno ha scritto che quando le chiacchiere da birreria si fanno politica, allora la civiltà e la democrazia sono in pericolo. Così quando l'immaginario del maschio medio italiano si fa spettacolo e cultura, allora riprendono forza gli stereotipi più arcaici sulla femminilità. Il problema non sono quelle che si mettono in fila per il bunga-bunga, spesso poveracce alla ricerca di un reddito che non trovano altrove e che è impietoso additare al pubblico disprezzo. E non è nemmeno quello delle fidanzate e maitresses del premier nelle istituzioni. Un intellettuale come Sgarbi, che si presta a urlare e insultare in difesa delle mutande del suo padrone, è ben più repellente della sprovveduta Carfagna.
La questione è che il genere viene costruito anche dai media e dalle immagini femminili che essi veicolano. Certo “esistono altre donne”, come recita l'appello di De Gregorio, ma altre donne sono sempre esistite perché il genere ha sempre poco a che fare con le donne reali, ma rappresenta comunque un fardello di pregiudizi e di luoghi comuni che le opprime.
Tra i commenti che in questi giorni circolano nelle liste e nei giornali on line vela la pena di citarne uno, quello del Blog femminista Medea di “un gruppo di donne che fa politica sul territorio a Torino”. Il testo ricorda il film di Pasolini “Salò o i 120 giorni di Sodoma”, ispirato all'omonimo romanzo del marchese De Sade, girato negli anni Settanta e rapidamente scomparso dalla circolazione. Ambientato tra il 1944 e il 1945 l'opera è divisa in quattro parti strutturate in modo simile ai gironi danteschi: antinferno, girone delle manie, girone della merda e girone del sangue. Sono protagonisti quattro rappresentati dei diversi poteri (economico, ecclesiastico, politico, giudiziario) che si chiudono in una villa con nove ragazze e nove ragazzi, catturati o comperati, per soddisfare le loro perversioni. La morale della favola è la denuncia del potere come fonte di iniquità e nefandezze e l'idea che il sesso sia una metafora del potere. Alla sessualità violenta e perversa di un regime violento e perverso viene accostato il sesso mercificato di un'epoca, la nostra, in cui tutto è merce e danaro. O almeno questo sembra dire il testo non sempre chiaro in tutte le sue parti.
Gad Lerner, in una puntata dell'Infedele ha ripreso il confronto, ma il medium televisivo non si presta a discorsi sofisticati e l'accostamento è apparso una inaccettabile forzatura, che non giustifica ma forse spiega l'intervento e gli insulti del presidente del Consiglio.
Un'ultima considerazione. Il femminismo dell'ala radicale e antagonista dei movimenti ha perso un'occasione. Ha criticato giustamente le mobilitazioni ispirate alla logica dell'appello di Concita De Gregorio, ma non ne ha fatte o proposte altre. Eppure una materia che non fosse quella della contrapposizione tra donne perbene e permale c'era e in abbondanza. Si poteva, si può, contrapporre al mito dell'uomo che ama le donne – la gnocca, dice Sgarbi, sostituendo la parte al tutto – il capo del governo che ha varato, cancellato e rifiutato leggi sempre in logiche che rendono la vita delle donne più faticosa, precaria e ingiusta.
 

 

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