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25 Luglio 2011

Il rifugio mancato

Storie di rifugiati a Torino

Il rifugio mancato

Prima di essere sgomberato dall’ex clinica “Nuova San Paolo”, Daud, un giovane rifugiato di nazionalità somala, non aveva mai messo piede nei quartieri residenziali della città, quelli ricchi, dove le strade iniziano a salire verso le colline.

Con forte accento inizia a raccontarmi il percorso che lo portò a vivere da un’ex clinica abbandonata a una caserma dismessa: «Per circa un anno ho vissuto in un' ex clinica abbandonata, poi ci hanno mandati via e trasferiti nella caserma di via Asti».

La caserma “La Marmora”, situata nel cuore del facoltoso del quartiere Borgo Po a Torino, è ben conosciuta dai piemontesi che hanno “fatto” la guerra. Dopo l’8 settembre1943 la struttura divenne il quartier generale dell' U.P.I. e della Guardia Nazionale Repubblicana. Al suo interno vennero reclusi e torturati i sospettati di connivenza con la Resistenza.

Come Daud, altri 300 rifugiati circa, provenienti dal Corno d’Africa e Darfur nell’ottobre 2008 occuparono l'ex casa di cura “Nuova San Paolo”, in corso Peschiera a Torino. Arrivati in città dal sud Italia dove erano precedentemente sbarcati con le cosiddette “carrette del mare”, non trovarono accoglienza all'interno del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).

Il compito dello Sprar è di fornire un sostegno economico, alimentare, abitativo ai propri beneficiari nei primi mesi di permanenza in città.

Quanto i rifugiati giunsero in città, i 60 posti messi a disposizione dal Sistema di accoglienza erano già al completo.

Daud riprende a raccontare, intorno a noi si forma un gruppetto di rifugiati: «una volta che sono uscito dal CARA non sapevo dove andare, avevo sentito che al Nord si trova lavoro facilmente, così sono arrivato a Torino insieme ad altri ragazzi somali», si sistema il macawi, tipico abito maschile somalo, si siede e continua: «arrivati in città non abbiamo ricevuto aiuto perché non c’era posto. Avevamo sentito però che altri rifugiati l’anno passato avevano occupato un edificio, così ci siamo organizzati per occuparne uno anche noi».

Il gruppo chiese il sostegno del comitato di solidarietà con profughi e migranti, fondato dai centri sociali della città. Il pomeriggio del 12 ottobre 2008 venne occupata l’ex casa di cura.

Il fenomeno delle occupazioni di immobili nelle maggiori città italiane è in continua diffusione, lo dimostra il Rapporto Annuale del Compendio Dati Sprar, nel quale viene evidenziato come a Milano nel maggio 2009 i rifugiati in lista d’attesa fossero 250, mentre 120 i posti in occupazione di immobili; 250 a Firenze, oltre 300 a Napoli, per raggiungere l'apice a Roma, dove  complessivamente la lista contò 2.797 persone in attesa e 1500 in stabili occupati.

«Nella clinica faceva molto freddo, spesso la sera quando tutti rientravano a casa mancava la luce» racconta Ahmed, un giovane darfuriano «tutti accendevano le stufette elettriche che avevamo recuperato per pochi soldi al mercatino dell'usato, ma il sovraccarico faceva saltare la luce, così rimanevamo al buio e al freddo e senza cibo».

 

Interviene un terzo ragazzo, Abdallah, è somalo, a differenza degli altri ha lasciato crescere leggermente i capelli, parla un italiano quasi perfetto, indossava anche lui un macawi colorato: «il cibo scarseggiava nella clinica, ci veniva fornito da enti di carità e dal banco alimentare, per questioni pratiche non ci venivano date frutta e verdura, carne nemmeno a pensarci, patate e pasta e qualche scatoletta di tonno è quello che mangiavamo!».

Qualche settimana dopo l’occupazione, su iniziativa di una trentina di organizzazioni del terzo settore, venne formato un tavolo di co-progettazione al quale presero parte, la Questura, la Prefettura, il Comune di Torino, la Provincia e la Regione. Il fine ultimo era quello di trovare i mezzi e le risorse per offrire ai rifugiati l’inserimento in un progetto di accompagnamento lavorativo e abitativo sul territorio della Regione Piemonte.

Il 2 luglio 2009, mentre il tavolo di co-progettazione stava terminando l’azione di pianificazione del progetto, l’Assessore alle Politiche Sociali, Marco Borgione insieme all’assessore alla Polizia municipale  Mangone comunicarono alla stampa di aver trovato una soluzione per i profughi di corso Peschiera. Senza aver concordato l'iniziativa con i membri del tavolo di co-progettazione, gli assessori annunciano il trasferimento dei rifugiati nell’ala dismessa della caserma La Marmora  di Via Asti.

«Pensavamo fosse una soluzione migliore rispetto all'ex clinica, ma non è stato così, stare nella caserma era come stare in una galera!», dice Mohamed un giovane sudanese proveniente dal Darfur.

Si riferisce agli stretti controlli di vigilanza imposti ai rifugiati della caserma. Continua: «Non si poteva rientrare dopo le 11.30 di sera e uscire prima delle 6.30 del mattino, inoltre non era ammessa alcuna visita all’interno della struttura da parte di amici e parenti».

Senza il permesso del Prefetto nessun esterno aveva accesso all'ex caserma. La porta carraia era continuamente presidiata da ex Alpini in pensione o agenti di sicurezza privata.

L'edificio riproponeva ai rifugiati parte dei problemi affrontati durante la precedente occupazione. La struttura non era provvista di una sala mensa, i bagni scarseggiavano, le camerate non avevano una porta cosicché il freddo saliva direttamente dalla scala principale, che si affacciava su un ampio cortile, sin sotto le coperte dei rifugiati. In aggiunta mancavano gli armadietti per gli effetti personali e il cibo non  era del tutto adatto ai rifugiati.

Mohamed riprende a parlare: «Prendevamo i nostri piatti e ce li portiamo in camera, mangiavamo seduti sui letti, all’inizio avevano pensato di darci della carne halal comprando il Kebab già pronto da un egiziano, sai eravamo tutti musulmani, poi hanno detto che costava troppo, così abbiamo smesso di mangiare la carne», interviene Daud: «Ci fosse stata una cucina avremmo potuto preparaci il cibo da noi e si sarebbero risparmiati dei soldi. Quel posto non era adatto per viverci. Abbiamo anche protestato in strada, il Prefetto ci ha incontrati, ci ha detto che le cose sarebbero cambiate, ma non è stato così!».

Nel giugno 2010  la Prefettura e il Comune di Torino annunciano ai profughi che, in vista dei festeggiamenti del centocinquantenario dell'Unità d'Italia, saranno costretti a lasciare la struttura.

L’Assessore  Borgione all'epoca dichiarò pubblicamente di far affidamento nei lavori stagionali. Gran parte dei rifugiati avrebbe lasciato, in vista della bella stagione, la città e dunque anche la caserma per andare a lavorare nella raccolta ortofrutticola nel sud Italia. In tal modo l'Amministrazione comunale e le varie Istituzioni di competenza non avrebbero dovuto porsi il problema di individuare una nuova struttura di accoglienza per i rifugiati.

Qualche mese dopo, nell'agosto 2010, un bus messo a disposizione dalla GTT attende davanti all'ingresso della caserma. I rifugiati che ancora vivono all'interno della struttura, evidentemente non assorbiti nella raccolta ortofrutticola, sono circa una quindicina. Sono tutti invitati a salire sul mezzo per lasciare libera la struttura di via Asti. Al trasferimento partecipano tutte le autorità di competenza, Prefettura, Comune di Torino e Questura.

Il tragitto è breve, il bus si ferma non molto lontano, davanti all'ingresso murato di un'ex caserma dei vigili urbani ormai dismessa da anni. Questa sarà la nuova struttura riservata all'accoglienza dei profughi.

I profughi aprono un varco tra le rovine dell'edificio e sistemano le loro brandine.Dipendenti della Questura, con le loro videocamere puntate,  raccolgono le prove per  la futura denuncia per occupazione abusiva di immobile a carico di quegli stessi rifugiati.

Tuttora dopo circa un anno l'ex caserma dei vigili urbani, pur continuando a versare in pessime condizioni, è abitata da diversi titolari di protezione internazionale. Molti di loro sono sono gli stessi che, come unico rifugio, hanno trovato dapprima un'ex clinica inutilizzate e dopo un'ex caserma dismessa.

 

Serena Nicolosi laureata in "Processi educativi e formazione continua in età adulta", l'articolo è parte dei risultati della ricerca sul campo, condotta a Torino, per la stesura della sua tesi di laurea specialistica dal titolo "Rifugiati a Torino tra esclusione e accoglienza. Un'analisi antropologica".
 

Serena Nicolosi

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