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18 Febbraio 2013

Donne, lavoro e servizi per l'infanzia: un esempio positivo viene dalla Danimarca

Le persistenti disparità di genere nel mercato del lavoro restano in Italia una triste realtà.

Donne, lavoro e servizi per l'infanzia: un esempio positivo viene dalla Danimarca

Le persistenti disparità di genere nel mercato del lavoro restano in Italia una triste realtà: forti disuguaglianze tra uomini e donne si riscontrano ancora nella formazione, nell’inserimento nel mondo del lavoro, nell’occupazione di posizioni decisionali all’interno delle aziende e nella presenza nel settore della ricerca.
Ora, è vero che queste differenze non sono sempre a svantaggio delle donne - ad esempio nel settore dell’istruzione, sebbene ci troviamo in un momento in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto massimi storici, il numero delle laureate è salito dal 10,2% del 1999 al 26,3% del 2010 – ma lungi dal rincuorare questi dati inaspriscono le disparità: le donne si laureano più e meglio degli uomini ma lavorano meno e sono retribuite peggio.
I dati Istat affermano che la partecipazione delle donne italiane al mondo del lavoro è la più bassa di Europa: solo 47 donne su 100 nel 2012 lavoravano o cercavano attivamente lavoro contro le 69 colleghe spagnole, 66 francesi, 72 tedesche e 77 svedesi.
Se è vero che poche donne lavorano perché pochi sono i servizi per l’infanzia, a cominciare dagli asili nido, è anche vero che ridurre la questione della bassa partecipazione delle donne al mondo del lavoro a questo motivo è decisamente troppo semplicistico perché le ragioni di questo divario tra i due generi sono molto più articolate- basti notare che questi dati riguardano le donne in generale e non soltanto le madri potenzialmente lavoratrici e che comunque il tasso di natalità italiano (1,4) è molto più basso di quello di paesi in cui l’occupazione femminile è più alta, come la Francia e la Svezia. Ma le statistiche europee dimostrano che certamente una relazione tra la disponibilità dei servizi per l’infanzia e la presenza di donne nel mondo del lavoro esiste: più infatti questa disponibilità aumenta, più cresce il numero delle lavoratrici, ma ci sono anche paesi – principalmente nel Nord Europa – in cui avviene il contrario e cioè l’aumento della partecipazione femminile al lavoro precede la crescita dei servizi per l’infanzia.
In Italia c’è sicuramente un problema a livello culturale che fa persistere schemi tradizionali secondo i quali gli uomini provvedono alla vita della famiglia dal punto di vista economico mentre le donne sono addette alla dimensione della cura, ma questo non libera certo il legislatore nazionale dalla responsabilità di intervenire a rivoluzionare una situazione che comporta forti perdite per il paese stesso, anche in termini di ritorno economico e di produttività: il lavoro delle donne è infatti fondamentale per difendere le famiglie e i figli dal rischio di povertà.
A conferma di ciò, un noto studio italiano dal titolo Povertà e benessere. Una geografia delle disuguaglianze economiche in Italia analizza proprio le situazioni di povertà reddituale delle famiglie europee dimostrando come quelle monoreddito, con figli minorenni, appartengano alla tipologia familiare maggiormente investita da problemi di vulnerabilità. Accanto alla maggiore difficoltà delle donne rispetto agli uomini sul mercato del lavoro, l’Italia, presenta una forte asimmetria di genere nella divisione dei ruoli nella coppia e l’organizzazione dei tempi si mantiene fortemente differenziata anche in zone diverse e per classi sociali. Il 'gender gap' inizia infatti proprio dal tempo libero: gli uomini in Italia ne hanno 80 minuti in più al giorno delle donne.
In un anno si arriva a 444 ore, calcola l'Ocse e la differenza, la maggiore in materia tra i principali Paesi industrializzati, sta nel fatto che quell'ora e mezza in più che gli uomini dedicano ogni giorno allo svago, le donne la passano a pulire la casa, spiega l'Ocse nello Studio Measuring leisure del 2009. Le donne italiane, sommando sia il tempo per il lavoro remunerato che quello per il lavoro non remunerato, lavorano in realtà ben più degli uomini. Il 77% del tempo dedicato al lavoro familiare è a carico femminile, a testimonianza di una persistente e significativa asimmetria di genere; pur essendo i padri un po’ più collaborativi rispetto al passato, i cambiamenti sono lenti e la divisione dei ruoli ancora molto rigida I dati recenti mostrano, infatti, che i maggiori cambiamenti nella divisione del lavoro tra i due generi sono avvenuti nell’ambito della cura dei figli, molto meno invece nell’ambito del lavoro domestico vero e proprio.
Un esempio positivo a cui guardare è quello della Danimarca che, secondo i dati raccolti dalla Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD), per quanto riguarda il welfare, l’uguaglianza di genere e la rappresentanza femminile nel mondo del lavoro si colloca al top nell’Unione Europea, potendo vantare sia un tasso di natalità di 1,8 figli (contro una media europea di 1,5 ) per donna sia un tasso di occupazione femminile del 72%. Questo accade perché il tasso di natalità va di pari passo con la cura per l’infanzia, ma non solo: i danesi spiccano infatti anche nel campo dell’uguaglianza di genere e della rappresentazione delle donne nel mondo del lavoro.
Il segreto sta nell’unione di fattori quali flessibilità, adeguate misure di congedo di maternità, aiuti per la cura dell’infanzia e stabilità sociale, fattori che da sempre hanno ispirato il welfare dei paesi nordeuropei, rendendoli degli esempi a cui guardare sia nel campo dell’uguaglianza di genere sia per gli alti standard di vita che possono offrire ai loro cittadini.
Grazie a questo apparato che le supporta le donne danesi riescono a conciliare maternità e lavoro, confidando in un efficientissimo sistema di cura per l’infanzia che già nel 2004 poteva garantire servizi all’87% dei bambini sotto i 5 anni, ma anche in una normativa molto avanzata in materia di congedi parentali in base alla quale i genitori danesi possono godere di un congedo parentale della durata di 52 settimane autonomamente spartite tra madre e padre, nonché in un’infinità di forme di flessibilità del lavoro (part-time, telelavoro, ecc). Trovare il giusto equilibrio tra vita e lavoro è indubbiamente una sfida difficile, soprattutto per i genitori lavoratori, ma dal momento che i figli sono un bene sociale di pubblica importanza questa sfida riguarda in prima battuta i governi nazionali che hanno come obiettivo il benessere della popolazione e quindi lo sviluppo del paese stesso.
L’esempio danese ci insegna che un’organizzazione flessibile del lavoro può essere una condizione importante per i lavoratori e le lavoratrici al fine di conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari e sociali. In linea con l’approccio europeo alle problematiche sociali, le buone pratiche per la conciliazione devono quindi dirigersi verso una combinazione di flessibilità lavorativa, protezione sociale e sicurezza occupazionale (flexicurity), in aggiunta al potenziamento della dimensione culturale che liberi la donna dal monopolio -imposto o a volte anche cercato- della cura.

di Chiara Brunetti e Emma Pietrafesa

Emma Pietrafesa

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