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Psicoanalisi Oggi

L'attualità della psicoanalisi
A cura di Rosa Elena Manzetti con la collaborazione di Mary Nicotra

Psicoanalisi Oggi

22 Febbraio 2011

Un luogo di parola: l'analisi

L'analisi mette in parola le situazioni dell'inconscio che si articolano e parlano.

Un luogo di parola: l'analisi

Freud, padre della psicoanalisi, spiega che il principio dell'analisi  è l'associazione libera che consiste nel dire le cose senza soffermarsi o controllarsi su ciò che si sta dicendo. Quando una persona si reca dall' analista domandando la soluzione di un grande problema, man mano che le sedute procedono si dovrà tenere conto dei fenomeni più piccoli, apparentemente insignificanti per quel soggetto. Saranno proprio le piccole deviazioni o le piccole imprecisioni che potranno portare sulla strada della verità,  verità, però,  che è solo del soggetto che si ascolta.
 Di conseguenza, sarà importante per l’analista raccogliere tutto ciò che l’analizzante porterà in seduta, anche e soprattutto, i fatti poco appariscenti che possono manifestarsi in una dimenticanza, in un lapsus, compresa la banalità dello smarrimento di un oggetto,  piccoli fatti che conducono all’inconscio del soggetto. I processi psichici sono inconsci e di tutta la vita psichica sono consce  solo alcune parti e alcune azioni singole. (Freud, 1915, p. 205)
La psicoanalisi è una pratica che si occupa di ciò che non va.  All’uomo possono capitare cose volute o non volute da lui, può prodursi una paura che lo limita al vivere quotidiano, una sofferenza tale da entrare nel panico. La cura avrà un obiettivo che sarà quella da parte del soggetto di assumere la propria storia. J. Lacan (1955) nel terzo seminario, scrive, “l’inconscio è qualcosa che parla del soggetto, aldilà del soggetto, anche quando il soggetto non lo sa, e che ne dice più di quanto creda”.  Freud (1915), quando parla della tecnica in psicoanalisi fa riferimento alla capacità dell’analista di saper misurare l’aiuto che darà al soggetto in cura, infatti, dovrà tenere conto della rimozione  che non è un meccanismo  di difesa, ma è il tentativo di tenere lontano dalla coscienza i ricordi dolorosi o pulsioni da censurare, per evitare un dispiacere. Ma che fine fanno ricordi e pulsioni?  Freud nel testo Introduzione alla psicoanalisi,  porta un esempio quando parla dell’isteria d’angoscia, citando la zoofobia, paura esagerata nei confronti di animali. Il moto pulsionale che inizialmente si cerca di rimuovere ha a che fare con un atteggiamento libidico verso il padre, accompagnato da paura nei suoi confronti. In seguito alla rimozione nella coscienza il padre non compare più quale oggetto della libido, ma il soggetto si troverà un animale più o meno adatto ad assumerlo come sostituto del padre, praticamente, parlando della sua fobia per esempio per i cavalli piuttosto che per i ragni, è avvenuto uno spostamento. Diverso ancora sarà per la nevrosi ossessiva, dove la stessa pulsione libidica per il padre può essere soggetta a rimozione in modo diverso, nel caso specifico, presuppone una regressione e il soggetto proverà un impulso ostile nei confronti della persona amata. Per cui possiamo affermare che dapprima la rimozione avrà successo perché quell’affetto si è cercato di censurarlo, ma successivamente l’affetto scomparso ritornerà sottoforma di angoscia sociale, di angoscia morale, venendosi a sviluppare, così, una serie di rimproveri, arrabbiature anche verso cose minime e insignificanti della vita quotidiana, o verso persone che ricordano, inconsciamente, l’oggetto libidico originario.  Questo discorso ci conduce al posto che l’interpretazione ha in un’analisi e il tempo in cui l’analista può metterla in atto. Sicuramente l’interpretazione ha un posto piccolissimo perché quando il soggetto racconta di sé, delle sue angosce, delle sue questioni, l’analista potrà  svuotare di significato l’enunciato, andando al di là delle parole pronunciate e dei fatti raccontati, e il suo l’intervento, che J. Lacan, a partire da Freud, chiama taglio, non potrà farsi in qualsiasi momento. L’analista potrà fare un’interpretazione o un taglio sul punto in cui riconoscerà il materiale inconscio celato, ma solo a transfert consolidato, cioè se si produce quell’amore e quella fiducia del dispositivo analitico. “Il transfert è un legame importante, diventa la sicurezza dell’analista, e la relazione col reale il terreno su cui si decide il combattimento”.  Si può constatare come l’interpretazione non è dire “è falso” o “è vero”, ma si tratterà di un atto, di uno iato che implica sempre un’etica.
Oggi la psicoanalisi diventa strumento importante in questa epoca dove la precarietà è diffusa, tocca il cuore dei soggetti a causa dei legami instabili, liquefatti, e tutti siamo presi da una corsa, da una fretta e non c’è più il tempo per ascoltarsi e per ascoltare. Il dovere etico è quello di accogliere una domanda  di aiuto, di soccorso di un soggetto che rischia di lasciarsi andare, di perdere quella carica che fino a qualche tempo prima gli aveva permesso di costruire, di fare delle cose. Fare un percorso di trattamento può consentire di ritrovare le proprie risorse per riprendere il cammino della vita in modo meno devastante, riprovandoci.
La società nella sua illusoria democrazia chiede agli individui di essere adeguati, efficienti, comprensivi, intelligenti, chiede continuamente delle prestazioni, chiede di essere tutti omologati, uguali. La psicoanalisi ha la funzione di far sentire che ciascun soggetto può essere diverso e  singolare senza sentirsi fuori posto, senza sentirsi un oggetto da consumare.  Trovare un luogo di parola permette all’individuo di dare un nuovo valore alla parola e con essa a se stesso, un luogo dove poter “esprimere i propri desideri, i propri impulsi emotivi” e come dice Freud (1915) provare a mettere in forma  “le esperienze passate e le impressioni presenti”, in seduta, “gli è consentito lamentarsi e l’analista lo ascolta, cerca di dare un indirizzo ai processi di pensiero del soggetto, lo esorta verso determinate direzioni, gli fornisce alcuni schiarimenti”.
Un lavoro di analisi può far riscoprire l’importanza delle parole, da quale posizione si dicono, con quale tono, o perché quella parola detta in quel modo o da quella persona ci fa stare così male. Un lavoro analitico può condurre a delle risposte inaspettate che potranno tradursi in nuove modalità di relazione, nuove modalità di fare con quel problema, o con quella situazione particolare.
 

Antonella Meo

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