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Psicoanalisi Oggi

L'attualità della psicoanalisi
A cura di Rosa Elena Manzetti con la collaborazione di Mary Nicotra

Psicoanalisi Oggi

16 Marzo 2011

L'amore cura?

Questo titolo è pieno di suggestioni e per provare a rispondere ho dovuto domandarmi chi fosse l'agente, l'amante che curava e chi o cosa l'amato da curare.

L'amore cura?

Ossia l'amore di chi cura chi? Ed inoltre di quale tipo di amore si sta parlando?
Proverò a proporre due diverse letture che portano due riposte diverse al quesito.
Primo: se si intende il titolo come l’amore del terapeuta, - inteso come il suo desiderio di fare il bene del paziente che domanda -,  questo cura?
La risposta è no, non cura, anzi.
Secondo: se l’amore di cui si tratta è l’amore per il sapere inconscio, un sapere non saputo da andare a decifrare e di cui è depositario il paziente, allora questo amore, mantenuto vivo dalla posizione dell’analista, cura.
Inizierò a trattare del primo per giungere al secondo.
Ci si rivolge ad uno psicoanalista alla ricerca di un sollievo, alle volte.
Qualcosa continua a far stare male e nessuna delle soluzioni conosciute in passato funzionano più.
Nel rivolgere una domanda ad un analista, il soggetto però cosa domanda?
Ed ancora, cosa incontra chi rivolge una domanda ad uno psicoanalista?
La felicità, supponendo che l’analista l’abbia trovata, oppure di essere guarito, di esser rivelati a se stessi, di conoscere la psicoanalisi oppure ancora una soluzione che possa portare a termine le proprie sofferenze, attribuendo all’analista la capacità di cogliere cosa è il bene, per sé.
Ma qual è il bene per ciascun soggetto?
In uno scritto di Lacan intitolato La direzione della cura ed i principi del suo potere, si legge come sia la cura a dover essere diretta e non il paziente, che qui prende il nome di analizzante.
Si tratta di un’indicazione molto importante, poiché sottolinea come “La direzione di coscienza, nel senso della guida morale che un fedele del cattolicesimo vi può trovare, qui è radicalmente esclusa”.
Inoltre, proprio per evidenziare ulteriormente questo aspetto, Lacan ricorda che un’analisi è un lavoro in cui sia l’analista che l’analizzante pagano: dal lato dell’analista si tratta di un pagamento in parole, poiché ciò che l’analista dice o non dice deve essere finalizzato all’interpretazione, di persona, poiché farà da supporto ai fenomeni di transfert ed ancora “egli deve pagare ciò che di essenziale c’è nel suo più intimo giudizio, per mescolarsi ad un’azione che va al cuore dell’essere”. 
Quindi le domande che l’analizzante rivolge esplicitamente o implicitamente alla persona dell’analista è escluso che possano venir soddisfatte, sebbene si possa immaginare che possa essere “bruciante per l’analista la tentazione di rispondere anche solo un po’ alla domanda”.
Si potrebbe supporre quindi che l’analista frustri il paziente: ebbene leggiamo sempre con Lacan che “l’analista è colui che fa da supporto alla domanda, non, come si dice, per frustrare il soggetto, ma perché riappaiono i significanti in cui è trattenuta la sua frustrazione”.
L’analista quindi è chiamato a non dare risposte pret-a-porter, valide per tutti, ma deve fare in modo che l’analizzante avvii un suo lavoro di ricerca.
Necessario è inoltre sottolineare come intendere la domanda.
Ciò che impariamo dall’esperienza anche con i bambini piccoli è che vi è un al di là della domanda e che questo, difficilmente, riesce ad essere pienamente soddisfatto.
Il pianto di un neonato a cui la madre prova a dare interpretazioni quali il bisogno di esser nutrito, scaldato, pulito.. ebbene alle volte accade non si riesca a placare.
Lo si incontra anche nei bambini più grandi, in quei capricci inspiegabili che non riescono ad essere decifrati: che cosa stanno domandando?
Leggiamo tutto ciò anche nel lavoro con le anoressiche, per esempio, che hanno sicuramente incontrato qualcuno che si è preoccupato che fossero sazie, non mancassero di nulla, ma nonostante questo, cosa domandano in modo così perentorio?
Si vede bene da questi esempi che la domanda in quanto tale deve essere scomposta: è data infatti dalla sommatoria di bisogno, un bisogno di cure, per esempio, e desiderio.
Potremmo dire che al cuore di ogni domanda, al di là del bisogno, vi è desiderio di riconoscimento e di amore.
L’analista è chiamato a non rispondere sul piano del bisogno, sul piano di un sapere quale sia il bene per quel particolare paziente, ma deve al contrario produrre e garantire che venga mantenuto un vuoto.
È solo a partire da questo vuoto di sapere che può nascere un desiderio di sapere ciò che ha orientato la propria esistenza sino a quel momento.
Quindi là dove la tradizione mette il sommo bene, la psicoanalisi mette il vuoto affinché possa essere lasciato sgombro il luogo in cui si potrà depositar qualcosa nel corso dell’esperienza analitica.
Al principio dell’esperienza analitica vi è, dirò che deve esserci, la supposizione di un sapere dell’analista, come se fosse il tenutario della verità, un esperto in termini di competenze sulle sofferenze delle persone e sulle vie da percorrere per porvi fine.
È necessario che ci sia tutto ciò, perché si avvii un lavoro, ma l’analista non potrà crederci, poiché avrà fatto esperienza nella sua stessa analisi personale che non esiste La risposta, ma ciascuno deve inventare la propria.
Ora è a partire da un non senso che una certa sofferenza del paziente presentifica, che può prendere avvio il lavoro analitico.
Analista ed analizzante si trovano così entrambi in una posizione di non sapere.
L’analista da parte sua però dovrà farsi garante del fatto che quel sapere è nell’inconscio e fare le mosse opportune affinché l’analizzante inizi a srotolare le questioni, i significanti importanti per lui.
Si può così rispondere che l’amore cura, se lo si intende come amore per il proprio sapere inconscio: questa può essere la posizione di chi, interrogato dal proprio malessere, se ne assume la responsabilità, provando, non da solo, a coglierne la logica.
Amore dunque per un sapere inconscio che possa dar ragione di ciò che di non senso si incontra nella propria esistenza, sapendo però che qualcosa rimarrà non ulteriormente sgretolabile, ma in quanto tale verrà a costituirsi come ciò che di più singolare vi è nel soggetto.
Quando si avvia un lavoro sul sapere, ossia quando l’analizzante inizierà a parlar delle proprie sofferenze, cogliendo qualche ripetizione ed anche una propria implicazione in ciò di cui si lamenta, si produrrà un effetto terapeutico: il farsi carico della propria sofferenza, assumendosene la responsabilità, avrà come conseguenza la nascita di un nuovo amore, per il proprio singolare sapere.

 

 

Testo di riferimento

  J.Lacan, La direzione della cura ed i principi del suo potere in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino 1974

 

Roberta Margiaria

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