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Psicoanalisi Oggi

L'attualità della psicoanalisi
A cura di Rosa Elena Manzetti con la collaborazione di Mary Nicotra

Psicoanalisi Oggi

07 Giugno 2011

La psicoanalisi, il suo inizio

Perchè un'analisi finisca bisogna che prima sia iniziata. Questa sembrerebbe un'evidenza che non richiede altre parole, ma non è così.

La psicoanalisi, il suo inizio

Anzi potremmo dire che l’inizio di una analisi, così’ come l’inizio della psicoanalisi, sia  la caduta della credenza nell’evidenza.
Un soggetto non rinuncia a tale credenza in qualsiasi condizione, bisogna almeno che abbia fatto esperienza del fatto che l’evidenza inganna.
L’analisi ha il vantaggio di proporre una traversata della credenza: essa infatti si istituisce come esperienza a partire da una credenza, da una fiducia posta nell’analista come soggetto supposto sapere,  supposizione che permette di iniziare lo smontaggio delle illusioni e delle credenze in cui il soggetto era imprigionato, a scapito della creatività, che si concluderà con la caduta del suddetto soggetto supposto sapere.
Ci possiamo infatti attendere da una analisi che faccia passare dalla non-vita che la nevrosi realizza (il tempo della credenza) a una apertura alla vita, con i suoi momenti buoni e cattivi.
Possiamo dire che grazie all’atto che costituisce la psicoanalisi come esperienza e introduce la dimensione della certezza, la quale contraddice la credenza, il soggetto potrà sapere se vuole ciò che desidera. L’analisi offre a chi ne fa esperienza di passare tramite l’atto per fare a meno di credere l’Altro, qualunque ne sia la figura, per cominciare a credere che l’Altro è sempre radicalmente Altro.
Possiamo dire che per temperare la credenza, e in particolare la credenza nell’evidenza, ci vogliono dapprima l’atto e poi la singolarità.
Dicevo perché un’analisi finisca bisogna prima che essa sia iniziata e l’inizio comporta la caduta della credenza nell’evidenza. Questo comporta interrogarsi su quali siano le condizioni che contrastano l’evidenza.
Infatti se la condizione in cui mi trovo è quella della quiete, della tranquillità, è chiaro che non andrò a cercare altro. Quando però la tranquillità comincia ad annoiarmi, come si dice non mi basta più, vale a dire si fa strada il desiderio di altro, allora è finita la condizione di quiete e inoltre sovente non mi è per niente evidente neppure che cosa desidero.
Oppure se la condizione in cui mi trovo è quella di essere presa dal desiderio d’amore per un uomo xy, finché non so se egli ricambia il mio amore sono piuttosto inquieta e posso arrivare persino ad essere angosciata e a dire che è del tutto evidente che la sola cosa che voglio è l’amore di quell’uomo. Poi accade che lui ricambi il mio amore: sembrerebbe evidente che ora le cose per me si siano messe proprio come volevo, eppure ora si insinua qualcosa che ha a che fare con l’insoddisfazione. Come dice Adele, ora che lui desidera condividere la vita quotidiana con me, io non so più se voglio condividerla proprio con lui. Quello che prima sembrava così evidente, che mancasse soltanto lui per realizzare la pienezza della vita, ora mostra una certa inconsistenza. Certo si può prendere la strada di credere che sia a causa del fatto che ‘quel lui’ o ‘quella lei’ non siano quelli giusti, che si siano rivelati diversi da come li avevamo immaginati (che in fondo è poi quello che accade sempre, prima di condividere la vita quotidiana reale, l’altro ce lo immaginiamo soltanto e l’immagine e qualcosa di diverso dal reale) e che quindi dobbiamo ripartire alla ricerca di quelli giusti per noi ‘lui’ o ‘lei’ che siano. Ma quello che per esempio per Adele, che pure per un po’ ha percorso la strada della sostituzione dell’oggetto d’amore, è risultato più inquietante ad un certo punto è stato accorgersi che, nella insoddisfazione che provava in presenza di un compagno che ricambia il suo amore, o nell’angoscia che provava in mancanza della sicurezza che l’uomo desiderato la amasse, c’era proprio lei, il suo essere più intimo. Poteva benissimo continuare a cambiare compagno, ma quello che ormai non poteva più fare era di addossare all’altro la causa della sua insoddisfazione o la causa della sua angoscia. Quando Adele ha cominciato a domandarsi che cosa fosse quell’insoddisfazione e quella angoscia che l’attanagliavano in certi momenti della sua vita e che parte avesse lei, ancora prima dell’altro, nelle disgrazie di cui si lamentava, ha smesso di credere all’evidenza e allo stesso tempo ha deciso di iniziare un’analisi.
La credenza nell’evidenza è messa in crisi da qualcosa che emerge imprevisto, eppure sempre identico a se stesso, nel bel mezzo delle nostre relazioni più importanti, che possono essere d’amore, di lavoro, di amicizia, filiali, con il sapere e la conoscenza, con la morte, ecc.
Posso quindi dire che la  rinuncia a credere a ciò che avevamo pensato fosse per noi evidente è una rinuncia forzata che deriva da qualcosa che avviene in noi  in quanto soggetti responsabili della nostra vita. E’ una rinuncia forzata, dicevo, ma non forzata da qualcuno altro da noi, piuttosto da qualcosa che avviene in me. E’ molto chiaro questo le numerose volte in cui ascolto qualcuno che si dice di essersi sbagliato sul conto di qualcun altro. Certo si può mettere questo inganno sul conto dell’altro, credere che si è nascosto bene prima, ma anche quando si è più decisi a dare tutto questo potere all’altro (di questo si tratta: in quel caso noi affermiamo di accettare di essere oggetti, persino soltanto materia manipolabile a piacere dalle mani dell’altro e accettando ci mettiamo la nostra parte di responsabilità), anche quando si dà tutta questa responsabilità all’altro, quello che più ci tocca in modo insopportabile nell’intimo, cioè come soggetti, e tanto più se non riusciamo ad ammetterlo, è di esserci ingannati. L’altro si sarà pure nascosto bene, ma io da che cosa mi sono fatta ingannare? Che cosa di me ha fatto sì che non mi accorgessi prima in che situazione mi stavo mettendo? E’ questo non accorgersi di imboccare una strada che vi porta nella condizione rovesciata rispetto al vostro desiderio, che  mette in crisi un soggetto. E’ questo accorgersi di non sapere che ciascuno porta con sé ciò che può angosciarlo nella relazione con un altro, che fa sì che delle persone inizino una analisi, per poterne sapere qualcosa dei meccanismi che li muovono nella vita e nelle relazioni.
Possiamo perciò dire che ciascuno che si rivolge a uno psicoanalista lo fa perché qualcosa dell’evidenza è entrato in crisi. O semplicemente che ci si rivolge all’analista soltanto quando si è in crisi. Si possono certamente scegliere tanti modi per rispondere a una crisi: dei soggetti vi rispondono con la ripetizione, per esempio Adele per un certo numero di anni vi ha risposto cambiando compagno, dei soggetti vi rispondono cambiando lavoro, dei soggetti vi rispondono rivolgendosi al sollievo o alla potenza che sembrano dare alcune sostanze, ecc. dei soggetti vi rispondono domandando un’analisi. L’obiettivo di un’analisi è al rovescio sia della ripetizione, sia della fuga nell’idea del paradiso terrestre, sia della fuga nell’idea che dipenda dall’altro. L’obiettivo di un’analisi è che il soggetto identifichi i meccanismi inconsci con cui ha sempre risposto all’angoscia che lo afferra quando si trova di fronte a qualcosa di cui non sa, e trovi il suo particolare modo per trasformarli in una risorsa soggettiva creativa.
Come dice Jacques-Alain Miller in una intervista sul settimanale francese Marianne, lo psicoanalista è amico della crisi.
Possiamo dire che ogni seduta psicoanalitica abbia a che fare con la crisi e il modo particolare in cui quel soggetto vi risponde: lo psicoanalista è lì per fare in modo che il soggetto invece di farsi vincere dall’uragano, che la crisi è per lui, scopra di avere delle risorse soggettive per implicarvisi e trovare una soluzione innovativa. Ogni seduta comprende quindi per il soggetto sia la messa in crisi, in modo avvertito, di qualcosa, sia la sua risoluzione.
La psicoanalisi considera che la crisi si scateni quando il discorso quotidiano, lo stile che ci contraddistingue, i riti, le abitudini, l’apparato simbolico a disposizione del soggetto, improvvisamente non è il grado di trattare il reale che incontra. Una crisi per un soggetto è la dichiarazione di una impossibilità di fare con un reale scatenato, che non può padroneggiare e di cui diviene piuttosto zimbello.
La crisi è quindi un punto di vacillazione che può condurre il soggetto o al suo annientamento o alla scoperta di nuove risorse.
Ci vuole quindi un vacillamento soggettivo perché un’analisi abbia qualche possibilità di cominciare.
Questo ci conduce a tre questioni fondamentali:
- seppure velocemente ho accennato al fatto che la psicoanalisi accoglie la crisi non per eliminarla, ma per far sì che il soggetto possa trarne del nuovo. Questo è specifico della psicoanalisi e non riguarda la maggior parte delle psicoterapie che si praticano oggi e da sempre. La differenza sta tra l’agevolare la disidentificazione o al contrario l’identificazione.
- Ne consegue che la finalità della psicoanalisi non è l’adeguamento dei soggetti a un modello, così che non ci sia discrepanza tra le finalità di un’epoca e quelle di un soggetto. Al contrario la psicoanalisi agevola e valorizza le soluzioni singolari dei soggetti, presi uno per uno.
- perché si possa parlare di inizio di una analisi non basta cominciare a recarsi da un/una analista: quella è certamente la prima condizione indispensabile. Ci vuole però ancora un lavoro specifico, il primo che occorre svolgere, perché si possa dire che il soggetto è entrato in analisi, vale a dire che ha cambiato posizione rispetto all’idea di evidenza.

Ne consegue l’importanza e l’indispensabilità della formazione dello psicoanalista: sia nel senso che non si diviene psicoanalista se non tramite la propria psicoanalisi personale portata fino al termine, sia nel senso che lo psicoanalista non può non rinnovare la propria formazione sempre, vale a dire mettere per tutta la vita alla prova la propria singolare relazione con l’inconscio.


 

Rosa Elena Manzetti

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