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Psicoanalisi Oggi

L'attualità della psicoanalisi
A cura di Rosa Elena Manzetti con la collaborazione di Mary Nicotra

Psicoanalisi Oggi

19 Luglio 2011

Iniziare un'analisi

Perchè un soggetto consulta un analista?

Iniziare un'analisi

Su suggerimento di un medico o di un familiare, per un attacco di panico, un cattivo rapporto col partner, uno scacco professionale, dipendenza da sostanze, per citare alcune tra molteplici manifestazioni fenomenologiche, occorre in ogni caso un denominatore comune, un certo mal-essere da cui possa emergere una domanda d’aiuto. Sofferenza soggettiva e richiesta di potersene liberare sono elementi indispensabili  non solo all’avvio di un’analisi ma ne costituiscono motivo di fondo nella sua durata. Freud aveva in grande stima il ruolo svolto dalla sofferenza e diffidava di quelle pratiche suggestive i cui effetti potessero apportare un sollievo troppo affrettato  e  mettessero a repentaglio quel complesso e lungo lavoro perché con un’analisi si potesse produrre una trasformazione psichica durevole. Su questo punto un’interrogazione viene posta di frequente all’analista circa la durata del trattamento. Egli non può rispondere perché la durata di un’analisi è una variabile soggettiva. L’analista non può far altro che stare al tempo dell’inconscio nella sua reale discontinuità di apparizione e delle circonvoluzioni del soggetto fatte di battute d’arresto ed impennate fino al precipitarsi verso la conclusione dell’esperienza. Anche ciascuna seduta in quanto evento a sé stante risente di questa peculiarità temporale. Benché Freud avesse parlato del “noleggio” di un’ora, pratica che per certo orientamento psicoanalitico si è tradotto in standard fisso e rituale, J. Lacan ha sovvertito radicalmente questa prescrizione istituendo la seduta variabile. Viene a perdersi la scansione predefinita con maggior riguardo all’apertura e chiusura dell’inconscio, ai punti di precipitazione e sospensione  nel fluire delle parole. Perché una psicoanalisi è fatta di parole come enuncia Lacan nel testo del 1953 “Il mito individuale del nevrotico”: “La psicoanalisi è forse la sola disciplina che possa essere  paragonata alle arti liberali per il fatto che mantiene di questo rapporto il rapporto di misura dell’uomo con se stesso- rapporto interno, chiuso su se stesso, inesauribile, ciclico, coinvolto in modo eccellente dall’uso della parola”.
Affinché la sofferenza costituisca il motore di un’analisi occorre che attraverso lo statuto del sintomo imbocchi la via della domanda rivolta ad un altro che viene messo in posizione di sapere. Il paziente attribuisce all’analista un sapere sul suo sintomo, su quanto gli sta accadendo ( la parola sintomo deriva dal greco  sun piptein accadimento). Da quest’angolatura il sintomo si presta a essere enigma il cui senso sfugge al soggetto e che può essere decifrato con l’aiuto dell’analista. Questo modo di intendere il sintomo mette in rilievo l’importanza dell’interpretazione analitica e  la possibilità di una ”correzione interpretativa” dello stesso. Nel rapporto analista-paziente emerge una dissimmetria che sostenuta dall’analista ab initio perché si possa installare la cura di parola viene mantenuta nel suo progredire. Questa sorta di “dipendenza” che è il transfert pone l’implicazione etica di questa prassi. Un forte legame transferale testimonia del buon funzionamento del dispositivo analitico per quanto nella relazione l’analista riesce ad occupare la posizione di partner-sintomo.
Freud si era accorto infatti che in analisi più che ricordare vi è una messa in atto del nucleo patogeno e ha verificato che attraverso la via di una malattia artificiale, detta “nevrosi di transfert”, è possibile accedere al nocciolo duro del conflitto intrapsichico che ruota intorno alla figura dell’analista.
Il sintomo quale soluzione di compromesso tra le istanze pulsionali rappresentate dall’Es inconscio e l’Io cosciente, pur comportando sofferenza si appresta a fornire al soggetto una soddisfazione sostitutiva che Freud chiamò tornaconto secondario. Quindi per un verso il sintomo rappresenta una metafora, qualcosa di decifrabile, ma al contempo mostra un lato di godimento ostinatamente tenace.
Deve essere chiaro all’analista che ciò che domanda il paziente spesso non corrisponde al suo desiderio. Tra la domanda posta e il desiderio inconscio esiste una faglia la cui ampiezza potremmo definire come grado di verità del sintomo.
La psicoanalisi non etichetta le persone, non ha a cuore il ripristino di una presunta normalità ma si occupa delle verità enunciate dal soggetto. Analizzare è mettere a disposizione uno spazio privilegiato di parola tale da renderla ascoltabile nella sua verità. Attraverso il sintomo l’inconscio può parlare, ma gli necessita un luogo, un posto vuoto che  possa accogliere il dire  al di là di ciò che dice, di là dal significato. Poiché in analisi non si tratta di una comune conversazione in cui l’interlocuzione è reciproca o di un colloquio in cui il terapeuta dispensa consigli, che in questo caso si tratterebbe di dirigere il paziente  più che una cura, l’analista assegna al paziente quale unica prescrizione da seguire la regola fondamentale. Tale regola consiste, per come l’ha enunciata Freud, nell’ ”invitare il paziente a essere del tutto sincero col suo analista, a non dissimulare intenzionalmente nulla di quanto gli passa per la mente o ancora a trascurare tutti quei ritegni che tenderebbero a escludere qualche pensiero o ricordo dalle sue comunicazioni”. L’operazione analitica si sostiene sul desiderio del soggetto di essere ascoltato. Ma qual è l’ascolto in analisi? Si tratta di capacità di lettura dell’inconscio, di decifrazione di verità che si celano dietro  lapsus, sogni. Nel dire appare qualcosa oltre il dire, qualcosa di “non saputo” che con effetto di sorpresa divide il soggetto della conoscenza dall’Io cosciente. Il percorso si presenta irto di resistenze quando il soggetto intuisce lo sgretolarsi di illusioni su cui si è sostenuto nella vita anche al prezzo di penose alienazioni. Più correttamente indichiamo come entrata in analisi il tempo in cui si produce una rettifica soggettiva, quando il soggetto coglie la propria implicazione in ciò di cui si lamenta e acconsente alla sua verità sempre singolare. Freud nei suoi scritti ha insistito molto sulla questione delle resistenze. Lacan ha puntualizzato che ogni resistenza è da porsi dalla parte dell’analista in quanto per far fronte alle difficoltà che l’analizzante oppone egli deve aver superato le proprie resistenze inconsce attraverso un’analisi personale. Occupare la posizione di analista discende da una legittimazione cui l’analista perviene col progredire della propria analisi fino al suo termine. È l’unica via, non c’è posto al mondo che dispensi diplomi di psicoanalista. Aldilà di qualunque standard l’analista si informa all’etica di essere stato analizzato a lungo e di sottoporre la sua pratica al controllo di un altro analista. Questo al fine di mantenere quella posizione di astinenza che va ben oltre il rischio di scivolamento nella seduzione o nell’avversione per il paziente bensì perché in ogni cura analitica si produca un’offerta di desiderio che punta al soggetto.
 

Maura Musso

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