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Psicoanalisi Oggi

L'attualità della psicoanalisi
A cura di Rosa Elena Manzetti con la collaborazione di Mary Nicotra

Psicoanalisi Oggi

22 Settembre 2011

Perchè la psicoanalisi?

Per rispondere a questa domanda forse è necessario iniziare a rispondere a altre domande, quando nasce? Qual era il sintomo, diciamo il fenomeno da cui Freud ha potuto inventare una pratica che rovescia il senso comune dei fatti, degli avvenimenti della vita quotidiana?

Perchè la psicoanalisi?

Si potrebbe rispondere dalla scienza medica (Freud era un medico neurologo), dalla malattia, dalla sofferenza.
Freud si accorge con sorpresa che nei pazienti a volte si manifesta qualcosa di indefinibile, qualcosa che è reticente alle cure mediche, qualcosa che resiste alla scienza medica. Ecco che il primo atto sovversivo di Freud è di non puntare all’eliminazione del sintomo, ma di lasciarlo parlare attraverso la voce dei suoi pazienti, saranno loro a orientarlo. Lacan, anche lui medico-psichiatra, dirà espressamente che lo psicoanalista non ha il compito di orientare il paziente bensì di limitarsi a dirigere la cura. Negli anni 400 a.c. Ippocrate medico e geografo antico valorizzava il dialogo fra medico e paziente; riporto quanto scritto sulla enciclopedia Wikipedia “Se ti udrà un medico di schiavi, ti rimprovererà: - Ma così tu rendi medico il tuo paziente! - proprio così dovrà dirti, se sei un bravo medico". Potremmo dire che Freud nei confronti dei suoi pazienti si è preso cura dell’intrattabile dalla scienza medica, e la tecnica che ha messo in atto è quella dell’uno per uno, opposta alla tecnica standardizzata, così scrive nel testo Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi: “La straordinaria diversità delle costellazioni psichiche di cui siamo costretti a tener conto, la plasticità di tutti i processi psichici e la qualità dei fattori che si rivelano di volta in volta determinanti, sono tutti elementi che si oppongono a una standardizzazione della tecnica”. 
La psicoanalisi non è una branca della medicina, in quanto la sua pratica tratta il sintomo come una risorsa intima dell’essere soggettivo, c’è un tratto comune tra medicina e psicoanalisi: una dichiarata sofferenza, e la prima cura l’organismo, la seconda tratta l’essere.
Freud dice che si tratta di “mettere a fuoco le situazioni che stanno alla base della formazione dei sintomi e i fattori scatenanti della malattia”. La regola fondamentale che lo psicoanalista e l’analizzante dovranno rispettare, è l’associazione libera, “Dica tutto ciò che le viene in mente”. Non è un pour parler, non è così scontato dare la parola ai pensieri più reconditi senza dar loro un giudizio prima di dirli. Il pensiero può rappresentare una colpa, un’oscenità, qualcosa di cui ci si vergogna, è l’emergere di ricordi infantili dimenticati, rimossi, e che i sintomi e lo star male li rappresenta. Freud sottolinea che non vanno trattati come faccende del passato, “ma come una forza che agisce nel presente” e questo significa evocare un pezzo di vita vissuta e non sempre tali faccende sono state vissute pacificamente.


La psicoanalisi è una cura di parole, è un’esperienza dialettica, mettere in parole una difficoltà, un malessere è l’inizio di una separazione fra l’”io” e il “penso”, mentre parlo mi stacco dal penso, è l’inizio del succedersi delle identificazioni che hanno in qualche modo pietrificato l’io sono: quella tal cosa: depresso, bulimico, pigro, nullità, ma anche potente e quant’altro. La presenza dell’analista
permette di svuotare il sacco di tutte le lagnanze, le offese, le ingiustizie, i patimenti e l’analista ascolta. E’ particolarmente silenzioso, non dice né bene né male, non dà  né torno, né ragione, ma al momento opportuno quando interviene, è per sospendere la lagnanza e riprendere, a volte anche solo una delle parole dette e ripetute e ancora ripetute, movimento che può permettere al soggetto di dirla in un altro modo, aggiungendo particolari inediti, nuovi personaggi delle sue relazioni, altri momenti della sua vita. Di seduta in seduta senza quasi accorgersene, se non nei momenti in cui emerge qualcosa che è difficile dire, qualcosa che ha avuto a che fare con il proprio intimo, che può essere un desiderio che nella morale non può aver posto, ma che lì è importante che se la giochi attraverso la parola per non rimanerne mummificato, dicevo di seduta in seduta, sino ad arrivare al punto in cui non c’è più pasto per la ripetizione, come dire si è arrivati all’osso.
L’interpretazione per essere una interpretazione esatta, ossia far emergere dalle parole dell’analizzante ciò che è latente, che può consentirgli un cambiamento di posizione che gli permetta di farsi carico della sua responsabilità e della sua implicazione nel sintomo.

Ecco perché l’analisi non punta a eliminare il sintomo, perché sarebbe non tener conto che esiste il soggetto inconscio. 
C’è chi si rivolge a uno psicoanalista, perché il suo modo di vivere gli crea difficoltà nelle sue  relazioni amorose, sociali, lavorative. Forse vi ricorre per porre fine alle sue angosce, alle sue insoddisfazioni, al suo sentirsi inadeguato. Si rivolge a qualcuno che crede lo possa aiutare a superare un momento difficile della sua vita, o semplicemente perché vuole divenire uno psicoanalista.
 Ci si può chiedere ma a cosa serve la psicoanalisi se non elimina il sintomo? Sembra  essere una pratica che induce alla supposizione che bisogna rassegnarsi alla sofferenza, alla dipendenza dall’altro? Oppure serve a diventare più forti, pronti a sguainare le spade della protesta. della rivoluzione, della padronanza? Una psicoanalisi non serve proprio a niente, ma il percorrerne le vie dà la possibilità a un soggetto di trovare sollievo alle sue pene e cosa assai importante e inedita, può apprende dalla sua esperienza una modalità unica per affrontare ciò che la vita gli presenta, nel bene e nel male, senza chiudersi nell’idea illusoria che qualcun altro possa fare al posto suo.
 

Carmen Cassutti

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