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Psicoanalisi Oggi

L'attualità della psicoanalisi
A cura di Rosa Elena Manzetti con la collaborazione di Mary Nicotra

Psicoanalisi Oggi

11 Ottobre 2011

Perchè la psicoanalisi? Ciò che si trasforma e ciò che è incurabile

Freud dice che per il profano sono i sintomi a costituire l'essenza della malattia e la guarigione è per lui la soppressione dei sintomi.

Perchè la psicoanalisi? Ciò che si trasforma e ciò che è incurabile


Per rispondere alla questione posta dal titolo ho utilizzato le parole di Freud. Nella lezione XXIII dell’Introduzione alla psicoanalisi, dal titolo “Vie per la formazione dei sintomi” Freud dice che per il profano sono i sintomi a costituire l’essenza della malattia e la guarigione è per lui la soppressione dei sintomi. Dunque potremmo chiederci perché scegliere la psicoanalisi per curare i sintomi? E la risposta ci viene sempre da Freud  che dice che il medico mira a tenere separati i sintomi dalla malattia e sostiene che l’eliminazione dei sintomi non è ancora la guarigione dalla malattia. “In verità – dice Freud – ciò che di tangibile resta della malattia, una volta eliminati i sintomi, è soltanto la capacità di formare nuovi sintomi”. Dunque resta la questione del perché la psicoanalisi che in fondo non ha come fine ultimo la cura dei sintomi. Che cosa cura la psicoanalisi? Anzi come cura la psicoanalisi?
Possiamo partire dalla definizione di sintomo chiedendoci qual è l’origine del termine e soprattutto che cos’è un sintomo per la psicoanalisi. In medicina il significato del termine sintomo deriva dal greco ed è una parola composta da con e cadere, quindi cadere con, cadere insieme, ma anche: coincidenza, incidente, accadimento. Il sintomo è letteralmente qualcosa che cade insieme al paziente, anche nel senso che è soggettivo e in quanto tale insindacabile. Si può anche definire come qualsiasi disordine, indicativo di malattia, accusato dal paziente e riferito come sensazione soggettiva. Ma qual è il significato in Freud: “I sintomi sono atti dannosi oppure inutili, deplorati dal soggetto perché sgraditi o forieri di dispiacere o sofferenza”. Vediamo che sia in medicina che in psicoanalisi il sintomo è qualcosa di soggettivo certamente qualcosa di sgradevole ma sicuramente anche qualcosa che resiste, qualcosa di difficile da eliminare. Ma perché resiste così tanto il sintomo? Cos’è che fa sì che una volta scomparso un sintomo se ne formi un altro? 
Possiamo trovare la risposta sempre in Freud nella lezione XVII dal titolo “Il senso del sintomo”.
Dice Freud: “Il senso del sintomo è inconscio: vuol dire che ogni volta che c’è un sintomo ci sono processi inconsci che contengono il senso del sintomo. Ogni volta che i processi diventano consci il sintomo scompare. La formazione del sintomo è il sostituto di qualcos’altro che non ha avuto luogo. La nostra terapia opera trasformando in conscio ciò che inconscio e ottiene qualche effetto quando riesce a effettuare questa trasformazione”. Ma aggiunge anche “C’è sapere e sapere e comunicare il proprio sapere all’ammalato non ha alcun effetto. Questa conoscenza si deve basare su un cambiamento interiore dell’ammalato provocato solo da un lavoro psichico.”
Sempre Freud nella lezione XXIII ci spiega quali sono le ragioni per cui il sintomo è così difficile da debellare ma anche in che cosa consiste il lavoro terapeutico, perché di un vero lavoro si tratta:
“Il nevrotico in fondo è incapace di godere e di agire perché la sua libido non è rivolta verso alcun oggetto reale …e deve spendere gran parte della propria energia per mantenere rimossa la libido. Il compito terapeutico consiste quindi nello scioglimento della libido dai suoi legami attuali e nell’asservirla di nuovo all’Io. Ma dove si è cacciata la libido del nevrotico? Si fa presto a trovarla, è legata ai sintomi che le garantiscono l’unico soddisfacimento possibile al momento”. Come vediamo ci spiega chiaramente perché il sintomo è così resistente proprio perché esiste quello che chiama anche “il tornaconto secondario del sintomo” di fatto come dice Lacan del sintomo si gode.
Riprendendo la lezione di Freud vediamo che ci spiega in che cosa consiste il trattamento: “Si deve quindi diventare padroni dei sintomi. Diventa indispensabile risalire alla loro origine, rinnovare il conflitto dal quale sono scaturiti e con l’aiuto di quelle forze motrici che a suo tempo non erano disponibili, indirizzarlo verso una sbocco diverso.”
“La parte decisiva del lavoro consiste – continua Freud - nel ricreare nel transfert nuove edizioni di quei conflitti. Tutta la libido viene concentrata su quest’unico rapporto con il medico, sicché è inevitabile che i sintomi vengono spogliati dalla libido. Al posto della nevrosi subentra la nevrosi da transfert. Il lavoro terapeutico si scompone in due fasi: nella prima la libido, tolta ai sintomi, viene spinta nel transfert e ivi concentrata; nella seconda, viene condotta la lotta attorno a questo nuovo oggetto, finché la libido non viene liberata da esso. Il transfert stesso diventa quindi oggetto del trattamento.Il mutamento che determina l’esito favorevole è, in questo nuovo conflitto, l’esclusione della rimozione, per cui la libido non può più sottrarsi all’Io con la fuga nell’inconscio. Attraverso l’interpretazione, che trasforma l’inconscio in conscio, l’Io viene ingrandito a spese dell’inconscio viene reso conciliante verso la libido e incline a concederle un qualche soddisfacimento e l’orrore di fronte alle richieste della libido viene ridotto dalla possibilità di liquidarne una parte mediante la sublimazione”. Come vediamo Freud ci fornisce in maniera anche semplice quelle che sono le linee principali di una cura psicoanalitica e dice anche che quanto più ciò che avviene nel trattamento coincide con questa descrizione ideale tanto più grande sarà il successo della terapia analitica.E’ chiaro anche che Freud è cauto nel parlare di successo della terapia e soprattutto nel parlare di guarigione, sicuramente parla di cura dei sintomi ma, come abbiamo già visto prima, la guarigione definitiva dei sintomi e qualcosa che fa resistenza. Anche in Lacan, specie nella prima elaborazione, troviamo che il sintomo è definito come messaggio, il sintomo parla, è qualcosa che deve essere letto, decifrato, interpretato più che eliminato. E’ piuttosto una parola imbavagliata che bisogna liberare. Potremmo dire una soluzione che il soggetto trova per trattare un reale che lo riguarda, un reale di godimento. Tentare a tutti i costi di guarire il sintomo, senza accoglierne la sua natura di messaggio non decifrato, è in qualche modo non tener conto della singolarità del soggetto. Poiché il sintomo in fondo è ineliminabile possiamo dire che il fine di una psicoanalisi è che un sintomo più vivibile per il soggetto si sostituisca a quello che gli era intollerabile.  La risposta quindi alla iniziali si può formulare nel modo seguente: ciò che si trasforma è sicuramente il sintomo ma qualcosa del sintomo trasformato nel corso della cura rimane come residuo incurabile.


 

Paola Antoniotti

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