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Psicoanalisi Oggi

L'attualità della psicoanalisi
A cura di Rosa Elena Manzetti con la collaborazione di Mary Nicotra

Psicoanalisi Oggi

14 Novembre 2011

Dell'orientamento lacaniano

Per parlare della specificità dell'orientamento lacaniano, occorre che partiamo dalla stessa dichiarazione che Lacan fece poco tempo prima di morire, nel suo ultimo viaggio in Venezuela, a Caracas,

Dell'orientamento lacaniano


dove dichiarò forte e chiaro, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il suo essere freudiano e che se mai avremmo potuto noi, i suoi allievi, enunciare di essere lacaniani.
Non era una parola vuota la sua: tutta la vita aveva dichiarato, dimostrato e argomentato il suo essere freudiano.
Lacan era nato nel 1901, quindi ancora vivente Freud, ma non ha mai incontrato veramente Freud, anche se a lui aveva mandato la sua tesi di laurea, e Freud gli aveva risposta in quell’occasione, e anche se aveva partecipato al congresso di Marienbad del 1936 dell’Associazione psicoanalitica internazionale, con un intervento sullo ‘stadio dello specchio’, a cui però Freud non era potuto essere presente.
Lacan fece un’analisi personale con Loewenstein e divenne lui stesso un membro importante dell’IPA.
Nel 1953, all’interno della società psicoanalitica di Parigi, legata all’IPA, avvenne una rottura a causa di posizioni differenti sulla questione fondamentale della formazione degli psicoanalisti. Da una parte c’era la corrente di Sacha Nacht, legata a un autoritarismo medico, dall’altra quella Daniel Lagache, più aperta a un liberalismo universitario. Nacht voleva riservare la possibilità di divenire psicoanalista ai medici, e bisogna ben dire che era una posizione anti-freudiana poiché Freud si era chiaramente espresso, nel suo breve saggio sulla psicoanalisi laica, sul fatto che la formazione medica non era di alcuna utilità particolare nel formarsi come psicoanalista. Lagache invece era piuttosto partigiano dell’apertura alla formazione come psicoanalista di coloro che avevano altre formazioni universitarie.
Dopo un anno di conflitto interno, il 16 giugno 1953, Daniel Lagache, Françoise Dolto e altri due colleghi dettero le loro dimissioni dalla Società Psicoanalitica di Parigi e costituirono la Società Francese di Psicoanalisi.
Jacques Lacan aveva cercato lungo tutto quell’anno di evitare la scissione: egli considerava disastroso che si ammettessero alla formazione soltanto i medici, ma considerava anche catastrofico che i ‘liberali’ fossero rigettare i medici.
Intanto Lacan, che aveva cominciato a mettere in questione la durata fissa della seduta a vantaggio di un tempo variabile della seduta, veniva contestato da Nacht e da Marie Bonaparte, non tanto per il suo insegnamento quanto piuttosto per questo aspetto introdotto nella pratica della cura. I conservatori lo contestavano soprattutto per questioni di interessi economici: con il tempo fisso della seduta finivano per avere meno persone in analisi. Non era per questo motivo che Lacan aveva introdotto, argomentato e scritto, il tempo variabile della seduta: piuttosto si trattava di mettere in questioni la tendenza presente nell’ambito psicoanalitico alla standardizzazione, che non pertiene all’inconscio. L’inconscio, in quanto il luogo della singolarità, spinge piuttosto verso l’uno per uno. Come già Freud aveva messo in rilievo, nella cura psicoanalitica e quindi anche in una cura che abbia come finalità la formazione di uno psicoanalista, occorre prendere i casi uno per uno, fare come se ogni caso fosse il primo, e ancora di più, fare come se ogni incontro con un paziente, fosse sempre il primo.
Perciò con la seduta variabile, - sostenuta da una elaborazione puntuale sull’importanza di considerare che il tempo non ha una sola dimensione, vale a dire non è soltanto tempo misurato, quindi simbolico e convenzionale, ma è anche tempo percepito e quindi immaginario, ma anche tempo reale che ha a che fare con l’atto e nella cura specificatamente l’atto dello psicoanalista – dicevo con la seduta variabile, Lacan rimetteva in questione la standardizzazione intervenuta in particolare con i post-freudiani. Occorre infatti dire che già Freud aveva messo in rilievo, parlando della tecnica, che per quanto riguardava il tempo della seduta lui si limitava ad ‘affittare’ un’ora del suo tempo ad ogni paziente, ma questo era soltanto il suo modo e non una regola fondamentale dell’analisi.
Lacan già nel 1945 con lo scritto Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata: un nuovo sofisma,  aveva elaborato la questione del tempo dell’inconscio, da Freud enunciato come atemporale, e la sua differenza dal tempo cronologico misurato nella vita quotidiana.
Freud che ha scritto tra l’altro quel saggio così importante ancora oggi che è Psicopatologia della vita quotidiana, aveva dimostrato l’importanza di questa differenza nella considerazione del tempo sin dall’inizio della scoperta della psicoanalisi, quando aveva cominciato a imparare dai sintomi che i pazienti portavano, che i sintomi stessi in quanto effetti del ritorno della rimozione, si rivelavano essere delle formazioni che permettevano e permettono di mantenere la fissità di un godimento che è presente da sempre per il soggetto e al quale non può e non vuole rinunciare, ma di cui il soggetto non è consapevole. Perciò avveniva e avviene che un soggetto enunci consapevolmente l’importanza per esempio di essere puntuali a un appuntamento, e non sopporti che altri non siano puntuali perché in quel caso è afferrato dall’angoscia, ma se è preso da un conflitto inconscio verso qualcuno che ha una funzione importante per lui e che ritiene non gli dimostri sufficiente attenzione, gli può capitare di essere preso da una serie di faccende che lo fanno arrivare in ritardo all’appuntamento stabilito e di chiedersi se l’altro lo aspetterà. Egli enuncia che il tempo cronologico per lui fa legge, ma una serie di eventi cui non è estraneo come soggetto, lo fanno arrivare in ritardo. C’è un tempo dell’enunciato e c’è un tempo dell’atto, entrambi toccano lo stesso individuo e lo costituiscono come soggetto diviso.
Proprio quello che costituisce la scoperta freudiana primaria: quale è infatti la scoperta freudiana, quello che Lacan definirà il campo freudiano? Ebbene è l’inconscio, di cui Freud si impegna per tutta la sua vita a decifrare la logica e gli effetti che produce sugli individui.
Di fronte alla domanda, ‘ che cosa è una psicoanalisi lacaniana?’, la risposta non può essere altro che una psicoanalisi, se è quello che ci si aspetta da uno psicoanalista, non può essere di meno di quello che faceva Freud, e quindi non può che essere freudiana. Ma proprio per questo motivo non può non essere nel solco di colui che fece ritorno a Freud, in contrasto con i liquidatori di Freud (che esistono anche oggi) e anche con i cosiddetti ortodossi o standardizza tori, e quindi di tener conto dell’insegnamento di Lacan.
Perciò, nonostante il tentativo di Lacan di evitare la rottura nella SPP, nel giugno del 1953 si accorse che ciò era diventato impossibile e raggiunse Lagache e gli altri nella SFP.
Anche prima, come ho accennato Lacan aveva insegnato, ma il suo insegnamento effettivamente inizia nel 1953 con la sua conferenza Il Simbolico, l’Immaginario, il Reale che divenne la base per il suo intervento al congresso che in quell’anno si svolge a Roma, ora pubblicato negli Scritti, e che ha come titolo Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi.
Sin dalla sua costituzione la SFP aveva chiesto all’IPA di riconoscere al suo interno anche la nuova società psicoanalitica che si era costituita in Francia. Tutti coloro che la costituivano erano membri dell’IPA e il loro contenzioso era soltanto con la società di Parigi. Per dieci anni andò avanti la cosa, senza che l’IPA, all’interno della quale si contrapponeva Anna Freud e Melanie Klein, si decidesse a riconoscere o rifiutare il riconoscimento alla SFP. Furono anni di importantissimi seminari di Lacan, seminari che costituiscono il periodo che egli stesso definì di ‘ritorno a Freud’. Alla fine di quel periodo, a metà del 1963 l’IPA dette il riconoscimento alla SFP, ma questo riconoscimento fu il risultato di un mercanteggiamento secondo il quale l’IPA avrebbe riconosciuto la SFP e la SFP avrebbe accettato che Lacan non fosse più considerato psicoanalista didatta. Nonostante gli ulteriori tentativi di Lacan di far accogliere la sua posizione dal Comitato esecutivo dell’IPA, il 2 agosto del 1963 l’esecutivo decretò la radiazione di Lacan da membro didatta dell’IPA. Assieme a Lacan venne radiata anche Françoise Dolto. Fu una radiazione piuttosto singolare perché l’IPA per la prima volta rigettava dal suo ambito una elaborazione e un insegnamento che non erano in alcun modo dissidenti dalla teoria freudiana (come invece erano stati Jung e Adler per esempio), ma al contrario che si richiamavano espressamente alla teoria e alla pratica freudiana. L’IPA mirava a rigettare dal movimento psicoanalitico una elaborazione e un insegnamento che avvenivano nel preciso rispetto della teoria freudiana, tanto da fare riferimento a un ritorno alla lettera freudiana e in particolare alla teoria e alla pratica dell’inconscio che da molti, in particolare dalla corrente americana dell’IPA, era stata lasciata cadere.
Possiamo quindi dire che proprio per il suo importante ritorno alla teoria e alla pratica freudiana, Lacan in fondo fu costretto da quella radiazione a fondare, suo malgrado come lui stesso dice, una Scuola definita freudiana: L’Ecole freudienne de Paris.
Nel caso di Lacan è il suo ritorno a Freud che provoca una reazione di rigetto da parte dell’IPA, associazione lasciata in eredità da Freud. Subire quell’atto, che lo mette in posizione di oggetto di scarto, farà sperimentare a Lacan qualcosa che gli permetterà, come lui stesso dirà qualche anno dopo, di elaborare quello che può essere definito il campo lacaniano che implica e include il campo freudiano e ha appunto alla sua base il concetto di oggetto causa di desiderio, di cui in seguito verrà messa in rilievo la sua faccia anche di godimento, cui Lacan darà il nome di oggetto a.
Arriverò a questo un po’ più tardi.
Possiamo anche dire che non c’è modo di concepire quello che possiamo chiamare psicoanalisi lacaniana, senza la Scuola, un vero e proprio concetto oltre che un’istituzione, e senza la passe, dal momento che le invenzioni istituzionali di Lacan sono da un certo punto di vista corrispondenti alla logica dell’esperienza psicoanalitica. Noi due qui presenti, siamo d’altra parte membri della SLP e, soltanto a questo titolo abbiamo fondato e facciamo parte di IPOL, che funzionerà da quest’autunno come Scuola di specializzazione in psicoterapia a orientamento lacaniano, riconosciuta dal Ministero dell’Università.
Ma prima di occuparci di questi altri aspetti, ripartiamo dall’importanza del ritorno a Freud di Lacan: a tutto Freud, dalla sua teoria dell’inconscio passando per la teoria delle pulsioni, con il concetto di oggetto perduto, fino a Mosé e il monoteismo.
Con il suo ritorno a Freud, Lacan si pone prima di tutto la domanda, ‘che cosa fa sì che una psicoanalisi sia una psicoanalisi, vale a dire sia freudiana?’. E comincia nei suoi seminari a dettagliare e a riaffermare il freudiano dell’esperienza psicoanalitica. Bisogna avere presente che anche quando Lacan, su alcuni aspetti che riguardano il campo del godimento inconscio, quello che Freud individuava al di là del principio di piacere, si distingueva da Freud, non ha mai rinnegato Freud, al massimo ha messo in rilievo come avesse tenuto conto soltanto di una dimensione di quel concetto eo di quella componente della struttura del soggetto. La psicoanalisi lacaniana non comporta quindi alcun abbandono della teoria freudiana. E’ come dire che non potremmo afferrare alcuna elemento lacaniano per la psicoanalisi senza il passaggio obbligato di un ritorno a Freud: ecco il prezzo da pagare per estrarre ciò che c’è di lacaniano in una analisi, intendo proprio nella pratica della psicoanalisi. Dobbiamo passare attraverso un ritorno a Freud nella clinica per poter cogliere come Lacan abbia orientato la pratica analitica verso la singolarità, tanto da dover prendere anche le cure lacaniane soltanto una per una.
Questo significa che una cura psicoanalitica lacaniana è strutturalmente anti-modello. Essa si separa dal globale,  così come dall’unico. Nell’epoca della fine delle certezze, della sicurezza e della messa in questione della potenza e del potere, la questione del soggetto, la sua voce e la sua singolarità viene supportata dalla psicoanalisi.
Possiamo dire che se la psicoanalisi a partire da Freud articola il soggetto con la questione dell’inconscio, la specificità lacaniana è di articolare il soggetto al trattamento del godimento singolare tramite gli effetti di linguaggio che l’inconscio include.
Cosa significa quello che sto dicendo.
Vediamo Freud partire dall’ipnosi e accorgersi che quella pratica in realtà tende ad adeguare il soggetto al detto dell’Altro, nel caso il terapeuta. Da coloro che non riesce a ipnotizzare Freud impara che c’è dell’altro, un’altra scena come la definirà, e che quella è la scena in cui si gioca la formazione del sintomo. Rinuncia all’ipnosi e comincia a lasciarsi insegnare dai sintomi, dai lapsus, dagli atti mancati, dalle dimenticanze, dai sogni dei suoi pazienti: comincia così a rinunciare, lui per primo, a una posizione di padronanza del discorso, che per quanto lo riguarda significa non contare più sul fatto di avere un sapere da cui partire per interpretare, qui nel senso di dare un significato, il sintomo del paziente. Stia zitto e mi ascolti, le intima una delle prime pazienti e lui si mette in posizione di ascolto. Certo lo psicoanalista non è soltanto lì per ascoltare, anzi l’ascolto non è neanche specifico dell’analisi. Possiamo dire che quello dell’analista è un ascolto particolare finalizzato a cogliere gli elementi particolari della posizione di quel soggetto e la singolarità da cui partire per fare un atto che permetta al soggetto di separsi da quella parte del sintomo che lo fa soffrire e che lo mette in posizione di impotenza.
Troviamo Freud al lavoro per individuare la logica di un sintomo, come si forma, quale ne è la causa e come può essere ridotto all’osso. Lui per tutto un tempo pensa anzi che si tratti di toglierlo di mezzo, soltanto a partire dal 1920 si accorge che non è possibile eliminare il sintomo e che anzi, dirà Lacan, non è neppure auspicabile.
Quel lavoro lo porterà a scrivere non soltanto tutte quelle importanti Minute, che sono altrettanti frammenti di casi clinici e come lui li tratta, ma anche quei capisaldi della sua scoperta, che sono L’interpretazione dei sogni, Il motto di spirito, La psicopatologia della vita quotidiana. E’ così che inventa la psicoanalisi, vale a dire un metodo che apre un nuovo campo di esperienza relativo all’ inconscio e a come esso condiziona gli atti dei soggetti, impedendo per esempio di fare quello che un parlante dice di volere o facendo fare a un parlante quello che non avrebbe mai voluto fare. Gli esempi si sprecano e ne facciamo esperienza tutti: vanno dal fatto di mettersi a ridere quando il contesto sarebbe piuttosto conveniente al pianto, fino al fatto di dire quello che ci eravamo proprio ripromessi di non dire a quella persone, o di dimenticare proprio quello che fino ad un attimo prima ci eravamo detti che dovevamo essere attenti a non dimenticare.
Freud scopre quindi che al di là del campo di ciò di cui siamo consapevoli, c’è una dimensione in cui opera il soggetto inconscio, che fa sì, come dirà molto più avanti, che l’io non sia per niente padrone in casa propria. E scopre contemporaneamente che il solo modo di indagare, esplorare questa altra dimensione dell’esperienza di un individuo, che opera anche se generalmente la si rigetta e non se ne vuole sapere, è quello di accoglierne la logica con cui si rivela nei lapsus, nei sogni, ecc. Essi si intrufolano nel discorso al di là della nostra padronanza, e, per quanto riguarda il sogno, proprio quando, nel sonno, rinunciamo o almeno si riduce la padronanza dell’io. Quando infatti non riusciamo a accettare di perdere questa padronanza dell’io ci ritroviamo per esempio nell’insonnia. Scopre così la sola regola fondamentale dell’analisi: quella cosiddetta dell’associazione libera, che alla fine dell’analisi si scopre essere del tutto condizionata, non dall’io ma dalla causa dell’inconscio.
Dopo gli anni della grande scoperta, che ha molto condizionato il mondo e anche i legami sociali, durante i quali mette in luce i fondamenti della teoria dell’inconscio, Freud si dedica alla teoria della pulsione. Infatti una psicoanalisi, che è sempre freudiana, ha come pilastri l’inconscio e la sessualità. Questo Freud l’ha messo in luce piuttosto presto.
Perciò Freud è costretto a prendere nota che il sintomo è tessuto di linguaggio ma la sua causa sta in un conflitto sessuale, che il soggetto vuole rimuovere. E all’inizio pensa che la rimozione sia la causa dell’angoscia e il sintomo il ritorno del rimosso.
Ma dopo aver costruito la teoria delle pulsioni, a cui lo costringe l’accorgersi che ogni sintomo porta al suo cuore un oggetto pulsionale che condiziona il tipo di sintomo di un soggetto, arriva anche a cogliere che la dimensione pulsionale porta con sé qualcosa di mortifero, che anzi la pulsione è nella sua essenza pulsione di morte, qualcosa cioè che sta al di là del principio di piacere. A quel punto c’è una svolta molto importante poiché Freud si accorge che non è la rimozione a produrre l’angoscia, ma invece l’angoscia a produrre la rimozione. Oggi noi potremmo dire che è proprio la percezione dell’impossibilità dell’armonia sessuale – come a dire che al cuore di quella tensione che ci fa andare verso l’altro e verso l’amore si situa qualcosa che rende impossibile l’armonia di una relazione – che produce angoscia e ci fa costruire come difesa un sintomo.
La psicoanalisi, dice Freud, vuole sollevare la rimozione, rivelarla non  sopprimerla, prenderla in conto e trattarlo lo iato che c’è tra inconscio e sessualità perversa polimorfa. Su questa relazione occorre basarsi per costruire la propria condotta responsabile nel mondo. Il punto di passaggio obbligato per riuscire in questa regolazione è il transfert nella relazione psicoanalitica.
Alla fine della sua opera, quando scrive Analisi terminabile e interminabile, Freud enuncia che la relazione analitica è fondata sull’amore della verità, vale a dire, precisa, sul riconoscimento del reale ed esclude ogni falso sembiante e ogni illusione. Lo sapeva per sua esperienza: era partito con l’idea che l’analisi potesse riassorbire i sintomi ed aveva imparato che si trattava in realtà di fare in modo che qualcosa si consumasse e rivelasse al soggetto i meccanismi dei suoi sintomi, ma che qualcosa alla fine rimaneva non interpretabile. Che farse di quel residuo?
Lacan, dopo aver fatto il suo ritorno a Freud, essersi perciò dedicato per diversi anni e quasi una dozzina di seminari a decifrare la teoria dell’inconscio in Freud per far sì che gli psicoanalisti, che erano stati i primi ad allontanarsene, facessero ritorno a Freud nella pratica, vale a dire tornassero a nobilitare il loro atto come un atto che mira a produrre dell’inconscio, vale a dire del soggetto, si accorge a partire dalla pratica che la verità, quella verità cui faceva riferimento Freud, resiste al sapere, a causa del godimento. E’ perciò il godimento che l’analisi deve trattare.
Entriamo così nello specifico campo lacaniano. Lacan lo definisce l’11 febbraio 1970 in una sorta di appello agli altri, ai suoi allievi, che incarica di realizzarlo. Dice che: “se c’è qualcosa da fare nell’analisi, è l’istituzione di questo altro campo energetico, che necessiterebbe di altre strutture di quelle della fisica, e che è il campo del godimento (…). Per quanto concerne il campo del godimento – purtroppo non lo si chiamerà mai il campo lacaniano, perché non avrò sicuramente il tempo neanche di abbozzarne le basi, anche se l’ho auspicato – ci sono delle annotazioni da fare”.
Il seguito del suo insegnamento, Lacan muore nel 1981 e fino al 1979 prosegue il suo seminario, mostra che ha fatto molto più che abbozzarne soltanto le basi.
Già a partire dal seminario sull’angoscia e l’anno successivo, nel 1964, in quello sui concetti fondamentali della psicoanalisi, si era dedicato a quella che lui stesso aveva definito alla fine del suo percorso, la sua sola invenzione: l’oggetto a.
Facendo lo stesso percorso di Freud, e in fondo di ciascuno che inizi un’analisi e la porti a termine, Lacan si era occupato dapprima dell’immaginario, delle identificazioni che in esso si realizzano dando forma al corpo e all’io, e delle illusioni che costruisce; aveva così scoperto che l’immaginario ha la funzione, con i suoi inganni, tiene in rimozione i significanti rimossi e d’altra parte che un lapsus per esempio scombina il velo immaginario grazie all’effrazione prodotta nel discorso da un significante che rivela l’operazione di rimozione. Per questo già Freud e poi Lacan, colgono che l’atto dello psicoanalista non deve puntare sull’immaginario e sul suo rinforzo, cosa che avviene per esempio offrendo all’analizzante dei significati del suo sintomi o dei suoi atti, ma sull’interpretazione che lavora sull’equivoco significante.
Così Lacan, ritorna a Freud formalizzando una teoria del significante, poiché è tramite il significante, tramite il simbolico che si può consumare la dimensione immaginaria del sintomo. Ma poi, lui, come già Freud, incontra nella clinica quello che contrasta il campo del simbolico, quello che resiste e si oppone a qualsiasi interpretazione, un lembo di reale. Dapprima ciò che resiste all’articolazione significante e a divenire un sapere è l’oggetto causa di desiderio, l’oggetto a, che è in parte ciò che per Freud era l’oggetto perduto da sempre e per sempre. Esso si manifesta in particolare come oggetto orale, oggetto anale (già valorizzati da Freud) ai quali vengono aggiunti la voce e lo sguardo.
La concettualizzazione dell’oggetto causa di desiderio permette a Lacan di riordinare la direzione della cura e di ridefinire il transfert e l’interpretazione, così come la ripresa del fantasma inconscio e delle sue vicissitudini alla fine della cura. E’ l’oggetto causa di desiderio, che essendo a fondamento della realtà soggettiva, è anche a fondamento dell’atto analitico.
Il godimento in quanto tale è sempre sul punto di eccedere, di uscire dai bordi, di sfuggire: l’inconscio, in quanto strutturato come un linguaggio, è già un’interpretazione, il modo in cui il linguaggio tenta di trattare questo godimento e di incanalarlo in punti e modi specifici, singolari a quel soggetto. Questo significa che la realtà quotidiana è affrontata dai soggetti soprattutto con gli apparecchi del godimento. Infatti il godimento si manifesta nella ripetizione, come già Freud aveva colto con l’Al di là del principio di piacere. La ripetizione di gesti, di significanti, di modi di relazioni, che si rivelano essere dei condensatori di godimento.
In seguito Lacan definirà tre tipi di godimenti corrispondenti all’intersezione delle tre dimensioni del soggetto, immaginaria, simbolica e reale. Ma non entreremo nel merito.
Dirò soltanto che il campo del godimento cambia il modo di concludere le cure psicoanalitiche, poiché cambia la finalità dell’analisi, rende più chiara la teoria del soggetto inconscio, e dà un grande contributo alla formazione dell’analista, rendendo anche possibile definire un dispositivo che permette di valutare se un’analisi ha prodotto dell’analista oppure no.
Possiamo quindi dire che il campo freudiano è innanzi tutto il fatto che il soggetto sorge dai significanti che lo rappresentano nell’Altro come campo del linguaggio rappresentato innanzi tutto dalla madre o da chi ne fa le veci e dal padre in quanto ami la sua donna e si prenda cura dei suoi figli. Perciò possiamo dire che il campo freudiano è il campo nel quale ogni evento, ogni sintomo può trovare il suo significato e quindi la sua interpretazione.
Ma il sintomo non è soltanto fatto di linguaggio. L’osso del sintomo, la sua causa è piuttosto materia reale di godimento, che non è trattabile con l’interpretazione. Identificato quel lembo di reale e la funzione che ha svolto nella sua vita, il soggetto può farlo diventare una risorsa. Perché questo avvenga più che l’interpretazione serve l’atto dello psicoanalista.
Potremmo quindi dire che un soggetto entra in analisi con diverse impotenze, inibizioni sintomatiche e se la cura gli permette di identificare la sua posizione fantasmatica (vale a dire come si rapporta al linguaggio, agli altri e al godimento) non sarà senza svelare il sigillo pulsionale che l’ha marchiato, facendo della singolarità del suo essere qualcosa che fa obiezione al sapere e non può essere ridotto da alcun sapere e da alcun dire. Questo godimento che non si può più ridurre con nessun simbolico, nessun sapere, nessun dire, che è indivisibile, è ciò che Lacan definisce una ‘impossibilità logica’ che permette di concludere la cura.
Questa impossibilità logica identifica il lembo più intimo del godimento che si accompagna nel soggetto a una certa solitudine e rende conto anche dell’impossibile armonia tra i sessi.
 

 

Rosa Elena Manzetti

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