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29 Settembre 2013

Disturbo?

disturbo della personalità, disturbo borderline, disturbo evitante di personalità, disturbo bipolare della personalità, disturbo bipolare, disturbo dell'apprendimento, disturbo ... Sorge dunque una domanda perchè si parla di disturbo?

chi disturba chi? 

Per citare un esempio, In psichiatria il disturbo di personalità  è riferito agli individui i cui tratti di personalità sono disadattivi in modo pervasivo, inflessibille e permanentI, e causano una condizione di disagio soggettivo clinicamente significativa. 

In genere i sintomi dei disturbi di personalità sono egosintonici (accettabili per la persona) e alloplastici  (la persona tende a cambiare l'ambiente, non sé stesso).


Dunque,  ci sono dei criteri che definiscono ciò che è adatto da ciò che non lo è, ciò che è normale da ciò che non lo è. 

In questa logica binaria che contrappone   giusto/sbagliato - adatto/non adatto ogni persona deve trovare un suo modo per fare con questa complessità a partire soprattutto dal fatto che, quando il malessere prende forma, l’etichetta diagnostica fa segno per il soggetto e che egli si ritrova a dover fare con una logica che  ha spesso come obiettivo l’eliminazione del  ‘disturbo’. 


Disturbo che è definito a partire da una sommatoria di sintomi che definiscono uno standard, una categoria. Dunque potremmo dire che in questa logica si privilegia il percettibile, la descrizione fenomenologica di ciò che è percettibile.  

Una clinica così orientata è essenzialmente una clinica dello sguardo. Il trattamento del sintomo in questa logica ha a che fare con l’ideale dell’anestesia, far tacere il sintomo, silenziarlo.Toglierlo dalla scena.

In psicoanalisi  si parla invece di sintomi, o meglio si lascia che i sintomi parlano

Freud l’ha imparato subito  quando a sua paziente gli ha detto “ mi lasci parlare”
Sintomo che  già nell’eccezione linguistica così come indicata dal vocabolario treccani il sintomo dal gr. σύμπτωμα è indicato come «avvenimento fortuito, accidente», der. di συμπίπτω «accadere, capitare» (comp. di σύν «con, insieme» e πίπτω «cadere»)]. – il sintomo è,  accade, capita.


Se il sintomo nella sue eccezione psichiatrica è un segno fenomenologico di una patologia, segno che il medico ha il compito di osservare e descrivere,  la cui sommatoria  da vita al ‘disturbo’,  

il sintomo psicoanalitico è qualcosa che fa segno non al medico ma al soggetto. Il sintomo in psicoanalisi è segno non di una patologia ma di una verità, ed è il soggetto stesso che indirizzandosi all’Altro, opera la metamorfosi del sintomo in domanda. Dunque in psicoanalisi non si tratta di deficit delle capacità di un individuo, si tratta piuttosto di una clinica del soggetto come tale.


Un soggetto soffre, questa sofferenza si condensa in un sintomo, un sintomo che fa segno al soggetto sofferente di un senso nascosto a lui sconosciuto e si rivolge ad un analista.
La psicoanalisi rinuncia alla suggestione e per dirla in altro modo, rinuncia a decidere -  da una posizione di sapere -  qual’è la soluzione giusta del problema  (sintomo) che colpisce l’analizzante,  facendo posto invece alla parola dell’analizzante, che a partire dal suo lamento,  può cogliere qualcosa di ciò che lo riguarda rispetto alla verità di cui il sintomo è segno. Segno di un senso a lui sconosciuto. Il sintomo freudiano è un sapere, un sapere all'occorrenza in grado di parlare. Ma Lacan nel suo ultimo insegnamento, coglie al partire dalla clinica che il reale, ciò che è impossibile da sopportare, ciò di cui i post-moderni  volevano sbarazzarsi  affermando che non ci sono che interpretazioni, non lo si può misconoscere. Il sintomo è quanto di più reale si incontra nella clinica psicoanalitica,  resiste senza tregua, è sostenuto  inesorabilmente da una  ripetizione,  è ciò di cui il soggetto soffre e allo stesso tempo ne gode senza saperlo. 

 

Mary Nicotra

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